Dal Titicaca a Rapa Nui

Dopo aver discusso, in precedenti articoli, dei misteri del lago Titicata e conseguentemente della città di Tiahuanaco, mi corre l’obbligo occuparmi anche di Rapa Nui, chiamata volgarmente Isola di Pasqua, poiché sussistono connessioni notevoli tra queste località. Anche il pezzo che leggerete oggi, è un riadattamento del contenuto di uno dei miei ultimi libri.

 

 

 

Nativi Uru

Sulle rive del Titicaca vive ancora la popolazione degli Uru, che ha origini preincaiche. La loro vita si svolge su isole galleggianti, quasi delle zattere giganti, formate naturalmente da fasci di canne intrecciate dalla radice, la cui superfice va rinnovata ogni tre mesi aggiungendo altri strati di canne secche, a causa dell’umidità.

La canne essiccate sono tuttora utilizzate dai nativi anche per costruire le caratteristiche imbarcazioni dette balsas. Questa canna lacustre del genere Schoenoplectus si chiama Totora ed è presente in tutto il Sud America, soprattutto sul lago Titicaca, nelle Hawaii e sull’isola di Pasqua, la famosa Rapa Nui.

Sull’Isola di Pasqua, la totora, che cresce nei laghi dei crateri, veniva usata per la copertura delle abitazioni e probabilmente per il trasporto dei Moai, le misteriose statue monolitiche. Questa pianta potrebbe essere giunta a Rapa Nui grazie a voli migratori degli uccelli, molto prima che l’isola fosse abitata.

Thor Heyerdahl

Il biologo Thor Heyerdahl sosteneva tuttavia che la totora poteva essere stata portata in tempi remoti da genti provenienti dalle coste peruviane: cercò di dimostrarlo nel 1947, quando a bordo della Kon-Tiki, una zattera realizzata con tronchi di balsa (similmente a quelle in uso alla cultura Inca), attraversò il Pacifico da Lima alle isole della Polinesia francese, navigando sospinto dalla corrente di Humboldt.

Successive analisi genetiche hanno però comprovato che l’Isola di Pasqua fu colonizzata da genti provenienti dalla Polinesia e non dal Perù. La totora fu utilizzata nell’antichità, probabilmente dai Moche e dai Chimu, lungo le coste settentrionali del Perù per attività legale alla pesca e allo svago (a Chan Chan sono state rinvenute raffigurazioni di piccole imbarcazioni di canne).

È stato suggerito che tavole realizzate con queste canne possano rappresentare un antesignano modello di surf, che veniva ‘cavalcato’ sulle onde similmente a oggi. D’altronde, l’origine di questo sport si rinviene nelle Hawaii, ove veniva praticato, per tutt’altre ragioni, da dignitari e sacerdoti con valenze rituali.

Rimane da spendere qualche parola per Rapa Nui, quest’isola a quasi quattromila chilometri dalle coste del Cile e tremila da quelle del Perù. Fu scoperta dall’ammiraglio Jacob Roggeveen nel 1722, che gli diede il nome della festività cristiana poiché attraccò proprio alla vigilia di quel giorno. Stando ai resoconti di Roggeveen, i nativi disprezzavano quelle statue di pietra chiamate Moai, disseminate su tutta l’isola.

Cinquant’anni dopo, una spedizione del capitano Cook permise al disegnatore Hodges di immortalare per la prima volta le misteriose statue, mentre il naturalista Reinhold Forster, che studiò flora e fauna, descrisse l’isola come devastata dalle eruzioni vulcaniche, con il suolo composto da grossi massi e la vegetazione quasi inesistente.

Gli indigeni vivevano in due comunità, sostanzialmente divise tra loro, una più numerosa formata da gente di piccola statura e scuri di pelle, l’altra con una carnagione più chiara e una statura più alta. Vivevano come all’età della pietra, erano tatuati e avevano le orecchie deformate poiché allungate fino alle spalle. Nessuno sull’isola sembrava ricordare bene il proprio passato se non grazie a qualche leggenda tramandata nei secoli.

Col passare degli anni, quasi tutti furono ridotti in schiavitù: nel 1862 i trafficanti di schiavi peruviani deportarono la quasi totalità degli indigeni, tanto da azzerarne la struttura sociale. Anche per questo i sopravvissuti non sono stati in grado di svelare la storia dell’isola. Di Rapa Nui rimangono oggi tanti misteri: i Moai (gigantesche teste di pietra), le gallerie sotterranee, le caverne ricolme di ossa umane risalenti alla preistoria, le statuine a forma di scheletro e i petroglifici.

Scrittura rongo-rongo

Qui sono state rinvenute poco più di una ventina di tavolette di legno con alcune incisioni, che ricordano i geroglifici dell’America precolombiana e sembrano identici a quelli della valle dell’Indo (civiltà Harappa); in più, le affinità con la scrittura cinese sono impressionanti.

Solamente nel 1955 l’antropologo tedesco Thomas Barthel, dopo aver studiato per qualche tempo i cosiddetti ‘legni parlanti’, fu in grado, anche grazie agli appunti stilati anni prima dal vescovo Jaussen di Tahiti, di decifrare in parte l’arcana scrittura: le tavolette sembrano contenere preghiere pagane nella lingua sacerdotale definita rongo-rongo, in cui è ricordato il dio proveniente da Rangitea, un’isola della Polinesia dalla quale sarebbero giunti sparuti gruppi d’indigeni verso il 1200 della nostra era.

Le teste di pietra sarebbero state costruite in onore dei progenitori a partire dal secolo successivo. Su alcune di queste statue ritroviamo gli stessi simboli arcaici dei legni parlanti.

Nel 1996 il linguista americano Steven Fisher ha rivelato di essere riuscito a decifrare buona parte delle tavolette: secondo lui ci troviamo di fronte a scritti sacri che descrivono la creazione del mondo attraverso una serie di miti a carattere prettamente erotico. Fischer ha attribuito una particolare importanza al ‘bastone di Santiago’, uno scettro lungo un metro e venti centimetri, un tempo appartenente a un capo tribù, ricoperto di migliaia di simboli. Ha poi studiato il canto della fertilità di Ure Va’ e Iko, due tavolette di legno ricoperte di iscrizioni, che William Thomson, nel 1886, fece tradurre in parte da un anziano indigeno.

Le conclusioni, pur apprezzabili, risultano comunque tuttora lacunose e lo studio e la piena comprensione dei rongorongo è ancora tutta da verificare. A parte quel poco che è stato tradotto del contenuto dei legni parlanti, le analisi al radiocarbonio hanno datato i Moai approssimativamente al 400 d.C. ma, considerando che tale esame è riferito esclusivamente a materiali organici rinvenuti nei pressi delle sculture (il radiocarbonio non può datare la pietra e l’esame viene condotto su materiali di altra natura situati nelle immediate vicinanze), oggettivamente non è possibile risalire alla precisa datazione.

I Moai, gigantesche teste di pietra di Rapa Nui

Il tipo di pietra utilizzato, il tufo, è un materiale veramente fragile e farebbe propendere per una datazione più recente, in perfetta simbiosi con le tradizioni isolane: altrimenti l’azione erosiva dell’oceano ci avrebbe consegnato dei Moai in pessime condizioni.

Lo stesso ragionamento vale per scartare datazioni più remote poiché l’innalzamento delle acque, causato dallo scioglimento dei ghiacci alla fine dell’ultima era glaciale (8.000 a.C.), avrebbe sommerso molte di queste teste di pietra, di cui avremmo dovuto trovare traccia sui fondali.

Emblematico il fatto che molte teste siano state rovesciate e la costruzione di altre sia stata improvvisamente sospesa. Viene suggerito, al riguardo, anche un sovvertimento delle credenze religiose degli isolani, con la conseguente soppressione dell’antico culto. Si dice anche che i Moai furono rovesciati dagli isolani, tra il XVIII ed il XIX secolo, volendo così segnalare la fine della loro civiltà. È certo che la disposizione delle statue a volte ricorda i viali di pietra della Bretagna e il cerchio magico di Stonehenge.

C’è chi sostiene che i Moai ricordino per certi versi l’arte degli Incas, sia nella struttura sia nella lavorazione. Somiglianze notevoli si riscontrano, per il modo di taglio e sistemazione delle pietre, anche con un muro rinvenuto a Ollantaytambo nel Perù; stesso discorso per i copricapo e le facce scolpite dei Moai, che assomigliano ad analoghe messe in luce ad Aija, in Perù. E ancora: il copricapo a doppio strato delle sculture di Rapa Nui è verosimile a quello della statua di Pachacamac, a Tiahuanaco.

Tra tante congetture, resta che la prima architettura dell’isola, presumibilmente sorta attorno al 300 d.C. ricorda quella di Tiahuanaco con le statue di media grandezza e l’esistenza di osservatori solari. Circa ottocento anni dopo, appare il classico Moai appoggiato su piattaforme chiamate ‘ahus’, costruite spesso anche con pietre ricavate dall’abbattimento degli osservatori. Una terza e ultima fase è associata al culto del dio-uccello, rappresentato da piccole sculture di legno o pietra.

Le teste, che sembrano riprodurre in maniera ossessiva lo stesso modello (forse un antenato divinizzato), sono invece diverse: le statue che si trovano lungo la costa sono più antiche poiché mostrano l’erosione del tempo, mentre quelle all’interno sono per lo più intatte, tanto da far pensare a una realizzazione più recente; inoltre i volti di queste teste presentano lineamenti diversi.

I Moai furono ricavati dalla pietra vulcanica, con la lavorazione che avveniva all’interno di una cava predisposta in un cratere estinto. Ne furono costruite trecento, mentre altre quattrocento sono incompiute e giacenti a Rano Raraku; le statue furono trasportate, anche a distanze considerevoli, lungo le coste dell’isola, ad eccezione della porzione a nord – est, quindi issate verticalmente, su piattaforme di pietra con fondamenta in genere molto profonde: le spalle rivolte all’oceano e lo sguardo a fissare l’isola.

Un Moai esposto al British Museum

Si ritiene che un gran numero di Moai siano stati gettati in mare o distrutti dagli indigeni; in tempi recenti, alcuni potrebbero anche essere stati trafugati da avventurieri occidentali. Impressionante la loro altezza, dai quattro ai dieci metri; stranamente, le più grandi, quelle da venti a cinquanta metri d’altezza, sono rimaste incompiute. Non da meno il peso di ognuna, che raggiunge le trenta tonnellate e oltre. I costruttori, tanto per complicarsi ulteriormente la vita, issarono sulle teste dei cappucci di pietra da dieci tonnellate, realizzati con una roccia rossiccia proveniente da un cratere diverso, quello di Puna Pao. Questi originari copricapi rossi oggi non sono più visibili sulle statue.

Per quel che riguarda il trasporto di questi monumenti, Thor Heyerdhal era del parere che avvenisse con l’utilizzo di cavi fatti di rafia e altre fibre vegetali abbinati a rulli di legno. Una volta a destinazione, le statue erano issate mediante piani inclinati costruiti con pietre e sabbia. L’esploratore, con l’aiuto dell’archeologo Mulloy che era con lui, nel 1955 riuscì a replicare un piccolo Moai alto quattro metri e pesante dieci tonnellate, in diciotto giorni, con l’aiuto di una dozzina di nativi, usando come strumenti solamente tronchi e pietre. È pur vero che gli scultori delle teste di pietra non avrebbero potuto far uso di tronchi, poiché la conformazione del luogo, con un sottile strato di terra che ricopre le rocce vulcaniche, non dovrebbe permettere il sostentamento agli alberi, ma non possiamo nemmeno escludere, per quanto sia un’ipotesi remota, che il legno provenisse da qualche isola raggiungibile con i mezzi di navigazione dell’epoca.

Alcuni ricercatori studiando i pollini depositati dalla vegetazione nei tre laghi dell’isola, hanno ipotizzato che, diversi secoli fa, l’isola di Pasqua fosse ben diversa da oggi, suggerendo la presenza della palma del Cile che cresce fino a venti metri d’altezza, con un fusto di novanta centimetri di diametro; sarebbe stato l’eccessivo sfruttamento dei campi, l’uso indiscriminato del legno delle foreste (per il trasposto delle statue e per la costruzione delle canoe), i numerosi incendi appiccati durante le guerre locali e non ultimo l’azione del ratto di Polinesia (che nutrendosi delle noci impedì la riproduzione della palma del cocco) ad averne distrutto l’equilibrio ecologico e far mancare il sostentamento alla popolazione, poi divenuta scarsissima.

Alcuni Moai di Rapa Nui

Rimane da capire anche come gli scultori del passato abbiano lavorato la pietra, incidendo in profondità e con precisione utilizzando semplici utensili. Gli unici attrezzi rinvenuti a Ranu Raraku sono degli scalpelli di basalto della lunghezza di quindici, al massimo venti centimetri, con l’estremità appuntita o affilata.

Per quel che concerne la fondazione, il mito narra del capo tribù Hotu Matùa, che giunse a Rapa Nui proveniente da Marae Renga, luogo non meglio precisato, con l’intenzione di salvare lui e altri sopravvissuti dalla repentina distruzione della terra di Hiva, sommersa dalle acque. Questa leggendaria figura recava con se anche animali, alberi, semi di frutti e fiori. Alla morte di Hotu Matùa, l’isola restò appannaggio dei figli, che dettero origine ad otto tribù stanziate sulla costa.

Gli indigeni hanno sempre considerato la loro terra “Te-Pito-te-Henua”, da tradurre come “fine”, “frammento della terra” o “ombelico del mondo”, perché ritenevano che fosse quel poco che restava sul nostro pianeta dopo il diluvio universale. Un altro nome dell’isola fu “Mata ki te Rangi” (gli occhi nel cielo) ma col passare del tempo la definizione più comune divenne Rapa Nui (la grande isola). Stando ai confusi ricordi degli isolani, a Rapa Nui abitavano due differenti razze, quella delle “Orecchie corte”, proveniente dall’est, sottomessa a quella delle “Orecchie lunghe”, originaria dell’ovest.

Tra la fine del 1600 e la metà del 1700, la razza sottoposta si ribellò, massacrando gli avversari e abbattendo molti dei Moai. Non è difficile comprendere che le due razze, così come ci dice la tradizione, appartenevano a etnie diverse, provenienti da altre isole o arcipelaghi dell’Oceano Pacifico. Ancora più sconcertante è il colore bianco della pelle e la barba degli originari abitanti dell’isola, che implica origini etniche geograficamente molto distanti.

A Rapa Nui c’era una rigida gerarchia. Il Re, nella lingua locale “ariki-mau”, era depositario di poteri divini, quindi un’emanazione degli dei stessi. Era coadiuvato dai sacerdoti (“ivi-atua”), dai nobili (“ariki-paka”) e dai guerrieri (“matato’a”). A seguire c’era la classe degli artigiani. I costruttori dei Moai erano i cosiddetti “Uomini dai Lunghi Orecchi”, che furono poi sconfitti dagli “Uomini dai Corti Orecchi”. Gli indigeni raccontano che i Moai si muovevano grazie al “mana” del mitico capo Tuu-ko-ihu, che faceva camminare le statue. È descritta come una forza magica che esercitava il suo potere dall’interno stesso delle statue, apparentemente senza interventi fisici dall’esterno.

Francis Maziére

Francis Maziére ci dice che questa tradizione è diffusa anche in altre isole della Polinesia. Never Mann cerca di darle una spiegazione aggiungendo che gli antichi ritenevano che tutto quel che si trova in terra ha un corrispettivo in un’altra dimensione. Quindi la forza del “mana” è in qualche modo trasmessa all’oggetto. Nei suoi studi Maziére aggiunge che solo due persone a Rapa Nui avevano questa prerogativa di trasferire il potere dall’originale alla statua.

Gli isolani raccontano che, una volta posizionate, le statue potevano mantenere questo potere misterioso grazie al “punkao” (il caratteristico copricapo) e al fatto che gli occhi venivano scolpiti al termine del trasporto, aprendo due cavità orbitali in cui venivano posizionati coralli bianchi mentre l’iride veniva disegnato con una pietra calcarea rossa. Così facendo, le statue sorvegliavano i venti dell’Antartide, trasmettendo il proprio potere a una enorme pietra vulcanica rossa che costituiva il limite del triangolo delle Isole del Pacifico.

La zona dell’Oceano a sud di Rapa Nui dovrebbe essere uno dei dodici punti della terra in cui si producono perturbazioni elettromagnetiche che, secondo coraggiose teorie, sarebbero all’origine della sparizione di mezzi aerei e navali.

Sull’isola è stata accertata la presenza di culti assai antichi, come quello del dio Makemake, considerato il creatore che s’incarna negli uccelli marini, a cui è dedicata la cerimonia degli uomini-uccello, che ha origine dall’altra isola delle vicinanze, Motu Nui. Questa divinità, giunta da molto lontano, avrebbe portato la civiltà sull’isola per poi ripartire. È in sostanza la fotocopia dei miti precolombiani dell’America Latina.

Un tale tipo di culto ricorre anche nelle popolazioni celtiche, nordafricane, arabiche e mediorientali. Le incisioni sulla roccia raffigurano l’uomo-uccello che sorregge un uovo, a perenne ricordo di un tempo in cui gli uomini si sfidavano tra loro per raccogliere il primo uovo, deposto su un isolotto prospiciente Rapa Nui.

Sull’isola sono state rinvenute, all’interno di caverne e grotte d’origine vulcanica, anche una serie di pietre scolpite e delle statuette di legno “toromuru”. Sono opere stilizzate, dal corpo magro con le costole ben pronunciate, alcune bicefali, altre più realistiche. Sul cranio delle statuine è stata fissata, con alcuni chiodi, una ciocca di capelli umani. Non sono da meno altri pezzi di pietra vulcanica che rappresentano teste dalle lunghe orecchie o strani animali con teste umane. Secondo Demis Saurat le statuine sono il vero mistero di Rapa Nui, anche se all’inizio erano considerate una qualche rappresentazione di scheletri, allegorie della morte o defunti da venerare.

Uno studio medico basato sull’analisi delle ghiandole endocrine, le cui caratteristiche sono desumibili dall’osservazione delle statuine stesse, ha portato all’ipotesi che esse rappresentano esseri viventi, anche se nel mondo non ne conosciamo con simili fattezze. L’impressione è che questi uomini si sottoponevano a una rigida disciplina per cercare di assomigliare a insetti o uccelli, per quanto questo fosse possibile.

Rapa Nui

La presenza dei passaggi sotterranei può far ventilare l’esistenza di un sistema di comunicazione destinato a collegare le isole di uno scomparso arcipelago, un po’ come per le Hawaii. Alcuni studiosi, tra quelli più coraggiosi, ventilano l’ipotesi che, milioni d’anni fa, c’era un vasto continente nell’Oceano Pacifico, Lemuria, e Rapa Nui ne avrebbe fatto parte. Anche un altro continente scomparso, Gondwana, che sarebbe nato dalle ceneri di Lemuria, chiama in causa Rapa Nui. Ma siamo nel campo minato delle leggende e non abbiamo elementi sufficienti per suffragare simili ipotesi. Considerando la presenza degli ossari risalenti a tempi immemorabili, nacque anche l’ipotesi che l’isola potesse essere stata un immenso cimitero a uso delle terre circostanti, se non un vero e proprio luogo di culto, ove si celebravano cerimonie funebri.

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