Caral-Supe, la civiltà di Viracocha

Nel libro “Misteri delle culture precolombiane” (Cerchio della Luna, 2018), ho raccontato delle culture precolombiane legate al culto del ‘Dio dei Bastoni’ Viracocha. In un precedente lavoro (“Il ritorno del Serpente Piumato”, Cerchio della Luna, 2012), avevo già tratteggiato la figura di Quetzalcoatl (venerato da Toltechi, Mixtechi, Aztechi e altri), una divinità barbuta comunque conosciuta con altri appellativi anche in tutta l’America centrale e meridionale. Il padre fondatore della civiltà andina era At-ach-u-chu, Il Maestro di tutte le Cose (alto con barba e capelli forse rossi, pelle chiara), proveniente da est, da una terra distante, arrivato sulle rive del Titicaca dopo essere sopravvissuto a un diluvio. Fratello maggiore di cinque Viracochas o “Uomini bianchi”, è ricordato come Kon-Tiki-Viracocha o “Uomo Bianco della Schiuma del Mare”. Per avere un’idea delle sembianze dei Viracochas è possibile ammirare le ceramiche dei Moche che li ritraggono, a bordo di zattere, come uomini barbuti con elmi quadrati. Qualche altro particolare sulle fattezze lo fornisce il cronista Cieze de Leon, sulla scorta delle testimonianze di prima mano fornitegli dagli indigeni, quando racconta che il centro cerimoniale Kalasasaya, a Tiahuanaco, sarebbe stato costruito da gente con barba e pelle chiara, giunta in questi luoghi ancor prima degli Inca. Altri resoconti raccolti a margine della conquista aggiungono ulteriori interessanti particolarità circa la descrizione di Viracocha: occhi azzurri, statura elevata, capelli e barba biondi o bianchi e una lunga tunica bianca munita di cintura all’altezza della vita. Oggi vi propongo, da quel testo, la storia della cultura di Caral-Supe, la prima sviluppatasi in Perù. Buona giornata!  

 

Caral

A una ventina di chilometri dalla costa del Pacifico, nella valle di Supe in Perù in quella che oggi è la provincia di Barranca, c’è il sito archeologico di Caral, uno degli insediamenti urbani più antichi delle Americhe. Riscoperta sul finire degli anni Quaranta del secolo scorso dallo storico americano Paul Kosok dell’Università di Long Island, Caral fu abitata per almeno cinquecento anni dalla cultura pre-ceramica Caral-Supe, impropriamente detta Norte Chico, fin dal 2600 a.C.La datazione più antica finora emersa, analizzando con il metodo C-14 le fibre di canna delle borse shicra utilizzate per il trasporto di pietre, corrisponde infatti al 2627 a.C.

Dal 1994 è l’antropologa archeologa Ruth Shady Martha Solis del San Marcos National University di Lima che si occupa degli scavi a Caral, nell’ambito di un progetto di ricerca che mira a valorizzare questo e altri siti in cui si svilupparono le prime forme di civilizzazione. La presenza tutt’attorno di una ventina di siti minori fa naturalmente di Caral il centro amministrativo della prima cultura sviluppatasi in Perù.

Si ritiene che Caral sia servita da modello per tutte le civiltà susseguenti, non solo evidentemente sotto l’aspetto urbanistico, ma anche per quel che riguarda l’arte della tessitura, poiché qui sono stati trovati manufatti che richiamano il sistema quipu in uso agli Inca per annodare le corde. A Caral, che doveva ospitare qualche migliaio di residenti, sono presenti complessi piramidali nelle piazze circolari centrali, tra cui svetta la Piramide Mayor con i suoi diciotto metri.

Sulla scorta dei ritrovamenti, è stato possibile determinare che la complessa società dei Caral-Supe era d’indole pacifica e le principali attività erano l’agricoltura con irrigazione, la tessitura senza telaio e il commercio verso la costa e l’interno, come dimostrano le connessioni con altri centri urbani (Bandurria e Aspero sulla costa; Huaricoto e La Galgada nella sierra; Piruro e Kotosh nella selva).

Ruth Shady Martha Solis

Ruth Shady Martha Solis ritiene che Caral sia nata come colonia di una società di pescatori stanziata sulle coste del Pacifico, per poi rendersi autonoma grazie all’espansione dell’agricoltura praticata con terrazzamenti e canali d’irrigazione, ma soprattutto per la posizione strategica che ne favoriva i contatti commerciali con tutte le realtà circostanti. Dello stesso avviso il collega antropologo Michael Moseley dell’Università della Florida, che negli anni Settanta del secolo scorso scavò il sito costiero di Aspero risalente al 3.055 a.C. che si trova lungo il fiume Sepe a una trentina di chilometri da Caral. Si trattava di un villaggio di pescatori pre-ceramico con diciassette tumuli a piattaforma, di cui sei piramidali d’altezza fino a dieci metri a formare la piazza centrale.

I due tumuli più grandi, Huaca de los Sacrificos e Huaca de los Idolos, erano decorati con fregi d’argilla e avevano ampie camere e muri in pietra dello spessore di più di un metro. Un’anomalia sconcertante per l’epoca poiché si pensava che solo una società agricola ben organizzata, che già lavorasse la ceramica, poteva avanzare legittimità per quest’architettura monumentale. Aspero, per Moseley, era la prova che anche genti dedite alla pesca erano in grado di organizzarsi civilmente, soprattutto in un territorio in cui l’agricoltura divenne praticabile successivamente solo nelle valli fluviali.

L’archeologo nel 1975, a sostegno della sua ipotesi marittima delle origini della civiltà del Perù che poi diverrà paradigma dominante, dichiarò controcorrente che “…l’assioma archeologico che solo l’agricoltura potrebbe sostenere la crescita delle società complesse, non è una verità universale…”. Nel 2004 aggiunse che “…migliaia di anni fa, la ricca pesca andina sosteneva la crescita delle prime popolazioni litorali, la nascita di grandi comunità sedentarie, la formazione di società complesse, stabilendo le basi della civiltà costiera.

Anche El Paraiso, un altro grande sito sulla costa lungo il fiume Chillon, si presta come Aspero a sostenere l’ipotesi marittima: qui sono venuti alla luce tredici tumuli risalenti al 2000 a.C. circa, di cui sette a formare una piazza centrale a forma di U, un prototipo per siti successivi come Huaca La Florida nella valle del Rimac, che qui ricordiamo perché il più grande mai costruito con queste caratteristiche. Fra l’altro, come sostiene per esempio l’antropologo William Isbell, la forma a U dei templi potrebbe rappresentare il dualismo cosmico costituito dalle due lunghe piattaforme  che di solito fiancheggiano la piazza, con la piramide centrale a esprimere la risoluzione e il controllo del dualismo mediante il rito.

Di parere opposto gli archeologi Winifred Creamer e Jonathan Haas, che pure hanno collaborato inizialmente con Ruth Shady Martha Solis per determinare le datazioni con il metodo C-14 a Caral: come scrivono su Science già nel 2001, per loro il sito di Aspero faceva parte di una società agricola la cui influenza si è poi estesa alla costa, riproponendo quindi l’ipotesi idraulica avanzata dallo storico Karl Wittfogel nel 1957, che sosteneva come l’irrigazione fosse stato l’elemento catalizzatore in grado di trasformare le società tribali in civiltà.

La diatriba è proseguita con la pubblicazione di ulteriori datazioni eseguite dalla coppia Creamer-Haas su materiale organico rinvenuto in tredici siti che si trovano vicino Caral ma in valli fluviali differenti (Pativilca e Fortaleza), in cui sono comunque presenti tumuli e complessi residenziali: il metodo C-14 ha restituito date comprese in una forbice tra 3.000 a.C. e 1.800 a.C.

Le argomentazioni di Creamer e Haas, pubblicate nel 2004 con grande risalto anche sulla rivista Nature, potevano esautorare il lavoro ultradecennale della peruviana e del decano Moseley, ma l’archeologo Alejandro Chu, che dal 2005 scava nella valle di Huaura dove c’è l’area archeologica di Bandurria, molto simile ad Aspero per la sua architettura monumentale, ha rilasciato per questo villaggio cerimoniale marittimo datazioni con il metodo C-14 attestate al 3.200 a.C.

L’archeologa peruviana ha infine puntualizzato che Creamer e Haas non hanno mai scavato a Caral e li ha pubblicamente accusati di essersi appropriati dei risultati della sua ricerca sulle origini della civiltà e della loro caratterizzazione nella zona centro-settentrionale del Perù.

Caral

La scoperta a Caral, nella zona circostante l’anfiteatro e all’interno della struttura piramidale, di decine di flauti e cornette realizzati con ossa animali, suggerisce che la gente fosse dedita a cerimonie religiose in cui la musica aveva un ruolo importante, come pure l’uso di sostanze psicotrope (desumibile dal rinvenimento di esemplari di ostriche spinose della specie spondylus provenienti dall’Ecuador). L’incisione su questi strumenti di figure di uccelli e scimmie suggerisce l’esistenza di legami con la regione amazzonica. Poiché a Caral sono stati individuati non solo spazi cerimoniali ma anche edifici abitativi, rimane il dilemma del luogo preposto per le sepolture, perché finora non è stata individuata nessuna area che possa commisurarsi a una necropoli; infatti, a differenza di altre culture, questa gente non usava seppellire i defunti all’interno delle abitazioni.

La misteriosa cultura Caral-Supe declinò a partire dal 1800 a.C. senza cause apparenti: la gente probabilmente cominciò a emigrare alla ricerca di terre più fertili. Oppure, come spiega un gruppo di lavoro multidisciplinare con portavoce Michael Moseley in un articolo pubblicato on line nel 2009 da Proceedings of  National Academy of Sciences, la risposta sta in un insieme di fattori devastanti: terremoti, piogge torrenziali e inondazioni, che costrinsero alla resa le genti stanziate nella valle del Supe lungo la costa peruviana. Caral e Aspero furono le località più colpite, come dimostrano i crolli di pareti e pavimenti di molti edifici e le tracce di allagamenti in altri. Infine, fu El Nino a sferrare il colpo di grazia, riempiendo di sabbia la baie costiere.

Questa cultura madre ci ha regalato anche l’immagine più antica di una divinità assimilabile al più tardo dio Viracocha, immortalata in un frammento di zucca rinvenuto nelle vicinanze dell’attuale Barranca e risalente al III millennio a.C.

L’influenza della cultura Valdivia

Ceramiche prodotte dalla cultura Valdivia

Pur avendo avuto contatti con la cultura Valdivia, sviluppatasi nel IV millennio a.C. sulle coste occidentali dell’Ecuador, che conosceva la ceramica, la gente di Caral-Supe continuò a lavorare l’argilla senza cuocerla. Per l’archeologo Pedro Novoa Bellota – che fa parte dello stesso progetto di ricerca guidato da  Ruth Shady Martha Solis -, intervistato da Yuri Leveratto, “…la società di Caral non fece proprio l’uso della terracotta né come oggetto cerimoniale per l’élite, né come oggetto destinato all’uso quotidiano (come recipiente). Non vi fu la necessità di adottare la ceramica, in quanto per immagazzinare l’acqua si utilizzavano le scorze secche di alcune verdure.

I contatti tra le culture Caral e Valdivia aprono scenari incredibili, perché la civiltà dell’Ecuador, come hanno sostenuto l’archeologo scopritore Emilio Estrada e la collega americana Betty Jane Meggers sulla scorta dei resti e degli stili ceramici (per la Meggers anche le piante, gli agenti patogeni e i parassiti di origine giapponese che si trovano tra le popolazioni andine), suggerisce una dipendenza con la cultura Jomon, contemporanea nel suo periodo tardo, sull’isola giapponese di Kyushu, la cui gente potrebbe aver raggiunto il Nuovo Mondo già nel IV millennio a.C.

L’articolo di divulgazione apparso nel 1966 sulla rivista Scientific American, a firma congiunta della Meggers e del marito, il collega Clifford Evans, faceva riferimento a ceramica rinvenuta in un sito della cultura Valdivia cinque anni prima: “…un frammento di vaso rosso con figure, con un bordo unico… con una serie di dentellature, turrite… questo tipo di bordo è raro in tutto il mondo, meno che in Giappone. Lì si trova comunemente nel vasellame preistorico del periodo Jomon… Man mano che queste civiltà del Nuovo Mondo, come noi le chiamiamo, sono diventate più conosciute, archeologicamente, si sono trovate similarità straordinarie con l’architettura, le religioni, usi e costumi, e stili nell’arte dell’Asia.

Il momento in cui la cultura Valdivia sostituì le figurine scolpite nella pietra con la ceramica, portò in effetti importanti cambiamenti nei modelli di insediamento, con l’intensificazione delle colture agricole e l’introduzione di una fiorente attività culturale, forse determinati da qualche influenza esterna. Le sculture in pietra e ceramica della cultura Valdivia, che si fanno risalire al periodo 3300 – 1500 a.C. circa, riproducevano sovente figurine femminili in cui le immagini appaiono in fase puberale o in stato di gravidanza, legate sicuramente al culto della fertilità, se non a qualche forma primitiva di matriarcato (come pare testimoniare una sepoltura rinvenuta a El Alto, possibile centro cerimoniale).

L’antropologo Richard J. Pearson nel 1968 critirò le conclusioni cui erano giunti Meggers-Clifford-Estrada, sostenendo la mancanza di documentazione dei siti Jomon in Giappone, anche per barriere linguistiche e un differente sistema di classificazione archeologica: “…le prove disponibili, la maggior parte delle quali non è stata considerata da Meggers, Evans, e Estrada, tenderebbero a rendere la derivazione di Valdivia da tratti della comunità Jomon di Kyushu, o qualsiasi altra comunità, estremamente improbabile.

Dal 2013 la tesi della diffusione, fino a quel momento osteggiata, ha trovato nuova linfa da uno studio apparso su PLOS Genetics, in cui un gruppo di genetisti relaziona su un certo aplotipo presente ad alta frequenza in Asia, praticamente sconosciuto nel Nord e Centro America, che risulta introdotto tardivamente in Sud America non più di 6.000 anni fa, forse tramite viaggi lungo la costa del Pacifico.

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