Haou Nebout, l’Atlantide degli Egizi

Torna, sulle pagine on line di ‘Storie e dintorni’, Fabio Marino: stavolta l’autore ci conduce per mano nell’antico Egitto, in un viaggio per certi versi affascinante, in cui riflette sul termine ‘Haou Nebout’, corrispondente a un luogo tuttora misterioso da cui provenivano anche i Popoli del Mare che, dopo aver attraversato il cosiddetto ‘Grande Verde’ (mare universale), cercarono di invadere la terra dei faraoni nel XIII-XII secolo a.C. Una storia fatta anche di continue migrazioni, con genti indoeuropee particolarmente bellicose che gettarono scompiglio in tutto il Mediterraneo orientale, sancendo il declino delle civiltà che fino allora avevano prosperato. Fu una grande dispersione di uomini che pose termine anche all’Età del bronzo, poiché introdussero la metallurgia.

 

 

 

Il geroglifico qui riprodotto è uno dei più antichi del sistema egizio; ciononostante, il suo significato è tuttora dibattuto. Sotto il profilo grammaticale e sotto quello del significato. Prima che qualcuno si chieda se anche io sono stato colpito dalla sindrome di Atlantide, rassicuro tutti: no, non ancora. Tuttavia, il problema di questo geroglifico mi affascina da parecchio tempo, e perciò, anche se ci sono su questo tema ancora parecchi “lavori in corso”, ho deciso di scrivere qualche riflessione su alcuni aspetti particolarmente interessanti.

Partiamo dal significato: il simbolo riportato nell’immagine sopra è quello con cui gli Egizi, fin dai primordi dello Stato faraonico, indicavano il misterioso territorio dello «Haou-Nebout», e nel contempo anche i suoi abitanti. Lo stesso termine viene utilizzato per indicare gli altrettanto misteriosi “Popoli del Mare”, fronteggiati da Ramsete III intorno al 1.150 a.C., ma il termine medesimo esiste fin dai tempi di Unas (V dinastia), ed è presente in parecchie formule dei Testi delle Piramidi. Queste iscrizioni, insieme ai Testi dei Sarcofagi, mantengono spesso un significato oscuro, per via dell’arcaicità sintattica e dei contenuti, per cui molte volte sono soggetti a traduzioni variabili; l’estrema antichità di parecchie delle formule è riconosciuta anche dall’Egittologia più tradizionale, che riconosce in esse la “messa per iscritto” di espressioni rituali trasmesse inizialmente per via esclusivamente orale e di gran lunga anteriori all’unificazione dell’Egitto: un’origine, dunque, pienamente predinastica.

Se non esistono praticamente dubbi in merito al significato di Haou-Nebout all’epoca del Nuovo Regno (generici “Popoli del Mare”, che in più ondate tentarono di invadere la terra del Nilo, vennero sconfitti da Ramsete III, e oggi vengono identificati fra gli altri come i precursori dei Filistei), molto più “intrigante” è la valutazione del geroglifico all’epoca dell’Antico Regno (2.800 a.C. circa–>2.200 a.C. circa) e nella fase proto e predinastica precedente.

Esistono poco meno di duecento varianti ortografiche del geroglifico, composto dall’elemento maschile plurale Haou  e da quello, con desinenza femminile,  Nebout, che, in unione fra di loro, assumono il significato di “ciò che sta oltre (oppure intorno, o anche dietro) il Nebout”. Tuttavia, per estensione, il simbolo può anche avere il significato puramente geografico de “i Paesi Haou-Nebout” (un po’ come il contemporaneo “Tutte le Russie”) come pure quello etnografico de “le genti Haou-Nebout”.

All’inizio, gli Egittologi interpretarono tout court la parola come “Tutti quelli del Nord, i Settentrionali”. Perché? In effetti, esiste un frammento oscuro nei Testi delle Piramidi, probabilmente risalente a ben prima del IV-V millennio a.C. e solo successivamente trascritto: un gioco di parole poco comprensibile, apparentemente rivolto a Osiride, che traccia un preciso riferimento geografico in relazione a Haou-Nebout:

Tu sei grande e verde, nel tuo nome di Wad-wur; ecco, tu sei grande e rotondo come il Sin-wur; ecco, tu sei ricurvo e rotondo come il cerchio che percorre Haou-Nebout”.

Chiariamo subito che per gli Egizi il Wad-wur (spesso tradotto come “Grande Verde”) era il “Grande Mare”, posto all’estremità Nord-Ovest del mondo. Ogni indizio al riguardo sembra condurre alla conclusione che questo non possa essere il Mediterraneo (della cui relativa “finitezza” gli Egizi sembrano essere stati sempre pienamente consapevoli), ma l’Oceano Atlantico, inserito nella cornice del Sin-wur, equivalente invece del greco fiume Oceano, il quale in parecchie mito-geo-grafie (come ad esempio quella, di gran lunga più recente, di Ecateo di Abdera) circonda l’intero globo terracqueo. I dati raccolti in relazione a Haou-Nebout, nel corso delle dozzine di volte che il geroglifico viene utilizzato, dimostrano una costante presenza del concetto dai tempi predinastici e protodinastici, fino al Nuovo Regno (iscrizioni risalenti ai regni di Tuthmose III, Thutankhamon e Ramsete III) e addirittura al Periodo Saitico (VII-VI a.C.).

A File esiste l’esplicita affermazione che il Grande Mare circolare “porta agli Haou-Nebout”. Probabilmente, però, la cosa più interessante è il rilievo rinvenuto nel Tempio funerario di Cheope. Qualunque cosa si creda a proposito delle piramidi, i Testi che decorano le pareti di quella di Unas risalgono circa al 2.400 a.C., e in essi, come abbiamo visto, si parla esplicitamente di Haou-Nebout e traggono origine verosimilmente da un’epoca assai remota, affondata nel Predinastico; il complesso di Cheope a Giza, invece, è certamente anteriore a Unas anche per l’Egittologia di Hawass e Lehner, e può essere datato al 2.550 a.C.

Jean Vercoutter

Ebbene, nel tempio esiste una scultura che raffigura tre tori (probabilmente del tutto congrua con il marcatempo precessionale, che all’epoca di Cheope vedeva il Toro come costellazione-principe), sormontati ciascuno da un’iscrizione. La seconda recita: “Colui (NdA: Cheope) che percorre l’Haou-Nebout”.

Secondo l’egittologo Jean Vercoutter, il significato completo e corretto sarebbe: “Colui che percorre le rive che sono oltre i Nabout”: il significato e la presenza del termine sostanzialmente non cambiano. Ora è giunto il momento di puntualizzare che in epoca saitica appare indubbio che “Haou-Nebout” fosse riferito ai Greci; da questa osservazione, l’Egittologia classica, pur se con un certo imbarazzo, ritiene che la parola indicasse, fin dai primordi, la Grecia e le Isole Egee.

Il problema è che la civiltà greca in quanto tale compare compiutamente, al più presto, dopo l’invasione dei Dori (essi stessi sospettati di essere parte dei “Popoli del Mare”), posteriormente dunque al 1.200 a.C. Se così è, e se è corretto considerare “non civilizzata” la Grecia prima di quella data, sembra arduo sostenere questa tesi. Anche a voler considerare la Civiltà Micenea(sorta pienamente intorno al XVIII-XVII secolo a.C.), le cose non combaciano; solo la Civiltà Minoica (databile all’inizio del III millennio a.C.), anche per la suggestività delle immagini dei tori, riesce a sovrapporsi quasi correttamente in termini cronologici al Tempio di Cheope, tant’è che alcuni ne fanno risalire l’origine a profughi egizi, fuggiti subito dopo l’unificazione.

Inutile dire che la distanza culturale fra le due civiltà è, per svariati motivi, decisamente notevole, e questa idea pare poco sostenibile. Bisogna poi aggiungere che il flusso migratorio dall’Haou-Nebout secondo gli Egizi termina con il tentativo di penetrazione in epoca ramessica, ma era stato presente per secoli a partire dall’inizio dei tempi, e che una seconda perifrasi con cui queste popolazioni venivano identificate era (traduzione di Màspero) “Coloro che vivono nelle isole del cuore del Grande Mare”. Inoltre, non è secondaria la collocazione, sebbene generica e vaga, degli Egizi per quanto riguarda l’Haou-Nebout: in parecchi frammenti, si coglie chiaramente l’eco di una localizzazione posta in un gruppo di isole, grandi e piccole, in un mare poco profondo all’estremità nord-occidentale del Grande Verde.

Come giustamente osservano Berni e Chiappelli nel loro fondamentale testo: “Dato che i Greci appaiono con i Micenei (Achei) verso il 1.700 a.C. circa, com’è possibile che gli Egizi conoscessero e utilizzassero il termine «Haou-Nebout», che equivarrebbe a «Greci», prima del 3.000 a.C.?

L’enigma posto dall’Haou-Nebout non finisce qui. Una caratteristica frequente dei panegirici dei vari Faraoni è l’auspicio augurale che il Sovrano tenga sotto i piedi i «Nove Archi». Anche l’interpretazione di questi ultimi è dibattuta: se da un lato è possibile che essi rappresentino le principali popolazioni assoggettate dagli Egizi, dall’altro sembra più verosimile, alla luce degli scritti di Vercoutter e non solo, che gli Archi raffigurino (se letteralmente o simbolicamente non è chiaro) le Nove Razze in cui secondo il popolo nilotico era suddivisa l’Umanità. L’elenco, in ogni caso è chiarissimo: il geroglifico è nella immagine introduttiva, con una traduzione semplice. E chi troviamo al primo posto della lista?

Haou-Nebout, Shat, Ta Shemà (cioè l’Alto Egitto), Sekhet Iam, Ta Mehou (il Basso Egitto), Pedjitiou Shou, Tehenou (la Libia), Iountiou Sethi (la Nubia), Mentiou Nou Sethet (l’Asia)”.

Che l’origine dell’elenco sia arcaica è fuor di dubbio; la formula 202 dei Testi delle Piramidi recita: “Possa tu fare che questo… governi i Nove e provveda con le offerte all’Enneade (il noto pantheon supremo della teologia eliopolitana, NDR)”.

Per quanto nei medesimi Testi e durante l’Antico Regno non esistano liste dettagliate (o comunque non sono ancora state rinvenute), a partire dalla metà circa del Medio Regno fino alla XIX-XX dinastia ne esistono molte, e Vercoutter afferma che, a suo giudizio, l’ordine in cui compaiono i nomi non è casuale, essendo confermato dalle iscrizioni in quattro diverse tombe e in svariate iscrizioni di diverse epoche.

In ogni caso, prima di pensare che uno stimato egittologo ortodosso potesse avere idee “eterodosse”, è oppurtuno segnalare che lo stesso Vercoutter (resosi in ogni caso conto che l’«identificazione greca» regge solo a partire dal Periodo Saitico, e che l’Haou-Nebout deve necessariamente indicare una realtà geografica ben precisa) conclude che la sede della misteriosa località sia il Delta del Nilo. Una conclusione che non può che lasciare sconcertati: l’egittologa Alessandra Nibbi, la quale studiò approfonditamente il problema posto dai “Popoli del Mare” di Ramsete III e dal Nebout, ebbe ad affermare, piuttosto perentoriamente, che la massa complessiva delle iscrizioni riferentisi all’Haou-Nebout ne parla come se si trattasse dei luoghi più remoti della Terra.

E con questo, naturalmente, ogni pretesa di identificarlo con la Grecia, Creta o il Delta del Nilo sembra proprio cadere. Tra l’altro, suppongo che gli Egizi ben conoscessero il delta e i suoi abitanti, per cui una confusione sul luogo di origine dei “Popoli del Mare” mi sembra piuttosto difficile… Né si deve dimenticare che accanto a tipiche espressioni a un tempo enigmatiche e stupefacenti (“Tutte le pianure, tutti i monti, il Grande Circolo e il Grande Cerchio, le Isole in mezzo al Grande Verde, sono tutti ai piedi di questo grande Re”: immagine estremamente suggestiva, oserei dire “platoniana”, più che platonica) esistono chiari riferimenti all’Haou-Nebout come patria di popoli ad oggi sconosciuti.

È notevole il fatto che, in questo senso, ripetutamente gli Egizi si riferiscano AGLI Haou-Nebout(“Tutti gli Haou-Nebout…”), fornendo l’impressione che la parola possa indicare non solo un luogo, ma anche una serie di popoli. E infatti, un’iscrizione recita: “Tutti i Pat, tutti i Rekhyt, tutti gli Haou-Nebout, tutti gli Henmemet sono sottomessi a questo Re”; i caratteri grammaticali dell’incisione lasciano pensare seriamente che la formula sia un retaggio di tempi remotissimi, ben anteriore alla codifica dell’alfabeto geroglifico. Si ha insomma la sensazione che:

1) – l’ignoto scriba non comprendesse affatto (e non è l’unico caso…) quello che stava scrivendo;

2) – il senso sia che i popoli nominati volessero, nelle intenzioni originali, rappresentare la globalità, l’universo delle razze umane;

3) – come affermano, con un alto grado di verosimiglianza, Berni e Chiappelli: “Ma nell’evidenza deve trattarsi di un universo umano molto remoto, poiché, a parte gli Haou-Nebout, le altre tre razze sembrano dissolte nel mito già all’inizio della storia egizia”, il che porta i due Ricercatori a concludere che la «descrizione in stile platoniano» “sia più antica (…) di quella dei Nove Archi, (la quale) elenca popoli viventi negli stessi tempi in cui i monumenti (furono costruiti) e i testi furono redatti, mentre i Pat, i Rekhyt (NdA: termine che pare –ma non è certo- di origine predinastica) e gli Henmemet fanno parte della fase più arcaica e in diretta continuità con i mitici antenati appartenenti allo Zep Tepi (Primo Tempo)”.

In effetti, può essere un caso se, nel Primo Tempo, la terra d’Egitto era governata dagli Shemsu Hor (Seguaci di Horus), e il significato di Henmemet dovrebbe essere “gli scintillanti”?

Insomma, mi pare che proseguire con citazioni sul tema rischi di diventare stucchevole. Il punto è univoco: Haou-Nebout è uno spazio piuttosto esteso, situato nelle zone nord-occidentali del mondo, da cui potrebbero aver avuto origine svariate popolazioni. L’invasione (bloccata) dei “Popoli del Mare” nel corso del XIII secolo a.C. rappresenterebbe soltanto l’epilogo di un lunghissimo processo migratorio, che condusse probabilmente alla colonizzazione da parte dei “Nordici” (in senso lato) di buona parte del bacino del Mediterraneo.

Non solo: per circa un secolo, sotto l’influsso del pensiero di Flinders Petrie e prima della moda odierna della “genesi nera” dell’antico Egitto, si è ritenuto che una spinta fondamentale e decisiva per la nascita della civiltà unificata sulle sponde del Nilo fosse dovuta a un’imprecisata e non identificata “razza dinastica”.

Petrie basò le sue conclusioni sui ritrovamenti nell’Alto Egitto, nella zona di Nekhen, Nekheb (qui scavò principalmente J. E. Quibell), Coptos e soprattutto Naqada, di ceramiche e architettura radicalmente trasformate rispetto al periodo precedente; notò altresì una somiglianza della nuova cultura con l’emergente civiltà mesopotamica. Il che, ovviamente, non risolve il problema, in quanto la prima civiltà riconosciuta come compiutamente tale è, come si sa, quella dei Sumeri, la cui terra d’origine è ignota. È notevole rilevare che il grande Gardiner, ancora agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, scrisse, sul problema delle origini della Civiltà egizia:

“Nessuno più di D.E. Derry ebbe la possibilità di esaminare crani e altri resti anatomici provenienti dalle due parti del Paese, ed egli afferma con vigore che «oltre alla razza rappresentata dai resti ritrovati in tutte le tombe di sicura data predinastica, un’altra occupò l’Egitto all’inizio dell’età dinastica»”

E allora? Parliamoci chiaro: anche per un seguace dell’idea di Jordan in merito ad Atlantide le suggestioni sono molteplici. Abbiamo una vasta zona, posta a Nord-Ovest rispetto all’Egitto, oltre le cosiddette “Colonne d’Ercole”, caratterizzata da isole, “circoli” e “cerchi”, apparentemente patria di svariati popoli e civiltà di cui sembra essersi persa la memoria.

L’aspetto più importante, a mio giudizio, non è costituito tanto dalle apparenti analogie “rotondeggianti” con la mitica capitale del continente platoniano scomparso, quanto dalla tambureggiante insistenza degli Egizi nell’indicare un complesso civile, costituito da numerosi popoli, che riconosceva un’origine comune. Un’origine chiaramente indicata, sebbene a tratti in maniera nebulosa, in una sconosciuta località atlantica, non necessariamente sprofondata sotto i mari.

Tra l’altro, va sottolineato che seguendo le pur scarne indicazioni degli Egizi e tenendo conto della origine sicuramente settentrionale di gran parte dello stagno necessario per alimentare l’Età del Bronzo nel Mediterraneo (Egitto incluso), nonché considerando che tutti i “Popoli del Mare”, dall’inizio alla fine, sembrano essere stati profondi conoscitori della metallurgia, la conclusione sembra davvero inequivocabile. E in questa conclusione non sono affatto solo: a parte gli Autori dello splendido libro (disponibile su Amazon.it) che ho citato (Widmer Berni e Antonella Chiappelli), esiste il libro del 2011 di Pierluigi Montalbano “Antichi Popoli del Mediterraneo” che, pur insistendo sulla matrice greca della leggenda di Atlantide, la associa esplicitamente all’Haou-Nebout.

Mi pare dunque assolutamente evidente e probabile che l’idea della civiltà egizia quale “retaggio” (in ordine anche, ma non solo, alla non più procrastinabile ridatazione dei suoi monumenti principali a Giza e dell’Uovo di Aswan) acquisti, grazie agli studi sull’Haou-Nebout, nuovo vigore. Certo, con ogni probabilità qui non stiamo parlando dell’Atlantide presente nell’immaginario collettivo, ormai autentico archetipo; oltre tutto, come detto, gli stessi Egizi non mancano di sottolineare come le migrazioni da quei luoghi ignoti siano continuate per parecchie centinaia di anni.

Tuttavia, considerando ad esempio che la religione egizia, essenzialmente solare, appare, da un certo punto in poi, “inquinata” da elementi stellari; che questi elementi sono presenti ab originibus nelle culture che affacciano a Ovest direttamente sull’Oceano Atlantico; che queste culture stellari sono le responsabili di strutture megalitiche quali Stonhenge e dei dolmen, menhir e cromlech della Cornovaglia (guarda caso primo produttore, nell’Antica Età del Bronzo, di stagno…), di tutte le Isole Britanniche, della Francia, Spagna e Portogallo; che esiste una sottile linea rossa che sembra legare la cultura “celtica” dei massi monumentali con quella (definita genericamente “pelasgica“) dei nuraghi sardi e delle mura megalitiche specialmente nel Lazio; che tutte queste culture sembrano, di volta in volta, adattarsi molto bene alla descrizione delle genti Haou-Nebout diventa veramente difficile non prendere almeno in considerazione l’ipotesi di una non scomparsa, ma attualmente misconosciuta, “Atlantide egizia”.

Anche perché a mio giudizio questa ipotesi non è inficiata né da improbabili catastrofismi di qualsiasi natura (nessun cenno è presente nelle iscrizioni della Valle del Nilo), né condizionata da elementi archetipali (l’Haou-Nebout egizio non riveste mai il ruolo di “età dell’Oro” precipitata dalla rabbia degli dèi).

E si badi: l’eventuale riconosciuta veridicità dell’ipotesi non rafforzerebbe affatto l’ormai desueta teoria diffusionista basata o no sul dogma: “Ex Oriente Lux”; un dogma che già Pierre Carnac (e non solo) fin dall’inizio degli anni ’70 ha contribuito a far vacillare fortemente, prima che di fatto crollasse sotto i colpi dei ritrovamenti archeologici e dei sequenziamenti genetici.

Quindi, pur se sono pienamente convinto che si tratta solo di una ipotesi speculativa (con forte connotazione di verosimiglianza, in ogni caso), sono altrettanto convinto che la Ricerca, magari attraverso studi genetici, debba continuare. Perché forse stavolta ci troviamo di fronte ad un’Atlantide vera, in carne e ossa ma in incognito, che abbiamo guardato tante volte e che aspetta solo di essere riconosciuta.

Devo un ringraziamento al co-Fondatore di ASPIS Simone Barcelli, che in una conversazione privata, tempo addietro, fece riaffiorare alla mia coscienza l’Haou-Nebout ormai sbiadito; dedico questo breve lavoro a Maria Ranieri, che quest’anno avrebbe compiuto cent’anni.

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