Mussolini e la cittadinanza onoraria

La decisione assunta nell’aprile 2019 dal Comune di Sarno di revocare la cittadinanza onoraria concessa nel 1923 a Benito Mussolini, riapre il dibattito sul ruolo dei politici che, sostituendosi  agli storici, interpretano i fatti  della nostra storia recente piegandoli alla propaganda elettorale. Fra l’altro, più recentemente, anche i municipi di Caselle e Aosta hanno revocato l’onorificenza al Duce (in concomitanza dell’assegnazione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre), mentre quelli di Salò, Macomer e Pietrasanta, pur tirati in ballo da più parti, hanno inteso lasciare le cose così come stanno.

 

Uno degli articoli apparsi nell’aprile 2019 sulla vicenda della cittadinanza onoraria revocata a Benito Mussolini

Un’amministrazione dello Stato, nel caso specifico guidata da una coalizione di centrosinistra, che dopo quasi cent’anni si ricorda di aver concesso, nel lontano 1923, l’importante onorificenza, rappresenta solo un pretesto per far dire al sindaco di Sarno che Benito Mussolini è stato indubbiamente il mandante dell’assassinio del deputato Giovanni Amendola, basando tale asserzione sul fatto che da “numerosi storici” il Duce “fu considerato anche il mandante politico della vile aggressione”.

Peccato che il sindaco non abbia indicato quali siano tutti questi studiosi che tira in ballo, facendo di tutta l’erba un fascio.

Si stava avvicinando un importante turno elettorale e una simile affermazione proiettava la piccola cittadina in cronaca nazionale, peraltro con una delibera che non costava nulla alle casse municipali.

In realtà, di là delle considerazioni che andrebbero fatte sul “non poteva non sapere” (terminologia ancora oggi in voga, per dire tutto e non dire niente sulle responsabilità di chiunque), tra gli studiosi che hanno dedicato tempo e fatica per cercare di ricostruire in maniera imparziale i fatti che portarono alla morte – comunque controversa, avvenuta a distanza di quasi un anno dall’ultima presunta bastonatura fascista -, dell’allora deputato dell’opposizione Giovanni Amendola, nessuno può essere in grado di addebitare responsabilità chiare e incontrovertibili a carico del Duce.

In mancanza di prove, e non ce ne sono, nessuno studioso può infatti spingersi a scrivere che sia stato Mussolini il mandante. Certamente lo si può suggerire e in definitiva è questo che fanno gli storici, ricostruiscono il nostro passato anche solo a fronte di una serie di indizi. Chi è del mestiere sa però che la prudenza non è mai troppa. Meglio una parola in meno che essere tacciati di pressapochismo dal mondo accademico. Quel che vale per gli storici, evidentemente non vale per i politici, o comunque per chi continua a propinare da decenni una vulgata che si rifà sempre e solo all’antifascismo e alla resistenza.

Benito Mussolini

Indicare Mussolini come responsabile anche di questo presunto omicidio, dopo che il suo governo rischiò seriamente di cadere nell’estate del 1924 in seguito al rinvenimento del cadavere di Giacomo Matteotti, significa non comprendere il corso della storia.

Lo storico Renzo De Felice ricordava che ancor prima del delitto Matteotti, il Duce si era convinto a varare un nuovo governo coinvolgendo anche elementi di spicco delle opposizioni, tra cui lo stesso Amendola che avrebbe dovuto reggere il dicastero dell’Istruzione.

Nel caso in esame, se ci fu un mandante dell’omicidio di Amendola, questi poteva essere individuato nell’allora federale di Lucca, Carlo Scorza (che in seguito ricoprì anche la carica di segretario del P.N.F.), così almeno sentenziò nel 1949 la Corte d’Assise di Perugia, dopo una prima sentenza annullata dalla Cassazione, con la condanna per omicidio preterintenzionale di Carlo Scorza.

Ancora prima, pare che anche il re Vittorio Emanuele III si fosse convinto della colpevolezza di Scorza, tanto che in uno dei suoi diari – visionati dallo storico Giovanni Artieri -, il 21 luglio 1925 scrisse: “Presso Serravalle Pistoiese on. Amendola gravemente ferito da bastonate (Carlo Scorza)”.

Eppure, come fa notare Carlo Rastrelli, autore dell’unica biografia finora pubblicata sul ras fascista – “Carlo Scorza. L’ultimo gerarca” – “I Diari di Vittorio Emanuele III sono notoriamente estremamente schematici ed essenziali. Molto probabilmente note riservate del Ministero degli Interni e/o delle forze dell’ordine attribuirono, sebbene non formalmente, l’organizzazione e la responsabilità della aggressione contro Amendola a Scorza”.

Rastrelli è anche convinto che “[…] Allo stato della documentazione esistente non è possibile affermare con certezza il coinvolgimento diretto di Scorza nell’agguato. Al tempo stesso reputo improbabile che il fascismo lucchese potesse organizzare simile aggressione ad un personaggio di tale popolarità senza almeno il consenso del suo ras indiscusso”.

Giovanni Amendola

Capite bene che, se alcuni storici nutrono ancora dei seri dubbi anche sulle responsabilità da attribuire a Scorza, appare del tutto fuorviante addossare pure a Mussolini un coinvolgimento nel fattaccio in qualità di mandante.

Oggi si ritiene, comunque, che effettivamente Scorza, anch’egli deputato dal 1924, sia stato il principale artefice della presunta bastonatura che portò, poi, alla morte il deputato Giovanni Amendola.

Il gerarca fascista aveva infatti il profilo giusto per organizzare un simile agguato, essendo con Roberto Farinacci uno degli squadristi all’epoca più attivi e spregiudicati, in aperta contrapposizione alle leghe rosse socialiste che devastavano le campagne.

Enrico Esposito ricorda il ruolo svolto da Scorza nella nascita del regime contro gli oppositori del fascismo: “A quel tempo svolse in effetti anche i compiti più sgradevoli, come l’aggressione a Giovanni Amendola, capo dell’opposizione democratica e radicale. In quell’occasione venne meno alla parola data allo stesso Amendola e alle garanzie che avrebbe dovuto assicurare a protezione e difesa del deputato di Sarno, ministro delle colonie nei due governi Facta e fondatore insieme con Francesco Saverio Nitti del partito democratico italiano. Come federale di Lucca e deputato di maggioranza s’era impegnato a far effettuare senza alcun danno il trasferimento del parlamentare dell’Aventino a Pistoia da Montecatini, dove il soggiorno di Amendola aveva provocato minacciose reazioni dei fascisti locali. Nella contrada di Serravalle, la sera del 20 luglio 1925, la macchina che lo trasportava cadde in un’imboscata tesa da squadristi in camicia nera, che presero a bastonarlo a sangue, sotto gli occhi di Scorza, che nulla fece per impedire quanto stava accadendo. A quell’aggressione inneggiò il 22 luglio Il Popolo d’Italia, mentre su un altro giornale di regime, l’Impero, si arrivò a scrivere che “il solo mezzo per far capire ad Amendola che il fascismo esiste è quello di fargli incontrare dei bastoni”. E a questa incombenza aveva provveduto Scorza, il cui carattere violento ben s’adattava al caso”.

Carlo Scorza

Per il giornalista Luciano Garibaldi, Scorza “Come ‘Federale’ della città toscana fu responsabile dell’aggressione squadristica nel luglio 1925 a Giovanni Amendola. Il deputato liberale, al quale Scorza aveva garantito l’incolumità in cambio dell’immediata partenza da Montecatini, fu aggredito dalle camicie nere appena fuori dall’albergo. Per le conseguenze delle percosse subite Amendola morirà di lì a pochi mesi”.

Secondo lo storico, già partigiano, Gaetano Arfè, “Il calvario di Amendola comincia a Montecatini nel luglio del 1925. Una folta masnada di squadristi organizzata e guidata da Carlo Scorza circonda e invade l’ albergo che lo ospita, lo porta in strada e lo carica in un macchina dove subisce la prima aggressione. La macchina parte seguita da un camion carico di carabinieri che però perde la strada, mentre l’auto è fermata da un tronco d’albero. Entrano in azione i manganelli. Amendola è colpito alla testa, al petto, alle spalle. Qualcuno ha armato di chiodi il suo bastone per straziargli le carni”.

Questa invece la ricostruzione dei fatti secondo Francesco Calsolaro: “Il 20 luglio 1925 Giovanni Amendola viene aggredito da una quindicina di uomini armati di bastone in località La Colonna a Pieve a Nievole, oggi in provincia di Pistoia. L’attentato, organizzato dallo squadrista Carlo Scorza, futuro segretario del Partito Nazionale Fascista, è l’ultimo di una lunga serie di intimidazioni ricevute dal Deputato, dal figlio Giorgio e dalla redazione de Il Mondo. Amendola decide di farsi curare a Parigi. Viene operato poiché i chirurghi hanno rilevato un ematoma (un tumore, secondo il figlio Giorgio) sulla regione corrispondente all’emitorace sinistro. Per favorire il decorso post-operatorio i familiari trasferiscono Amendola a Cannes, in Provenza, ma egli muore all’alba del 7 aprile 1926 nella clinica Le Cassy Fleur, non essendosi mai ripreso dalle percosse ricevute”.

L’indagine condotta da  Giuseppe Alessandri, pubblicata sul web il 22 aprile 2014, è invece basata soprattutto sulla testimonianza di Graziano Marcelli, figlio di Marcello,  uno dei protagonista della vicenda.

L’arrivo a Montecatini di Amendola, accompagnato dal segretario Federico Donnarumma, per un ciclo di cure termali a causa dei disturbi di fegato di cui soffriva, provocò indignazione in larga parte della popolazione, poiché il politico era apertamente antifascista, essendo l’ideatore della secessione delle opposizioni sull’Aventino.

L’Hotel della Pace di Montecatini Terme, in una fotografia dell’epoca

Il federale di Lucca Carlo Scorza, per evitare che si potesse ripetere un altro caso Matteotti, si recò sul posto  e, vista la folla tumultuosa di fronte alla struttura ricettiva in cui si trovava ospite Amendola, dispose riservatamente il suo trasferimento alla stazione ferroviaria di Pistoia, ove lo attendeva il treno con una carrozza riservata che l’avrebbe riportato a Roma. La circostanza che Scorza abbia offerto in quel frangente protezione a Giovanni Amendola in cambio della sua partenza, è confermata dai ricordi di Giorgio Amendola.

Il politico, scortato da un ufficiale della milizia e due militi, viene fatto salire su un’autovettura a noleggio, sulla quale si trova anche Graziano Marcelli, uno dei camerieri dell’hotel. Durante il tragitto, nell’evidenza di un tronco che blocca la strada, Marcelli scende per spostarlo ma viene bastonato da alcuni individui.

Subito dopo anche Amendola sarebbe stato oggetto delle stesse attenzioni da parte dei malviventi, ma l’intervento di uno degli uomini di scorta, che sparò dei colpi di pistola in aria, fece desistere gli assalitori. Al pronto soccorso del nosocomio di Pistoia, Marcelli viene medicato per gli ematomi riportati, mentre Amendola ha riportato lesioni determinate “dai frantumi di vetro alla parte destra del capo, senza tuttavia lamentare lesioni di altro tipo, dal momento che i colpi dei malviventi non hanno fatto in tempo a coglierlo”.

Secondo questa testimonianza, Amendola avrebbe quindi preso il treno e sarebbe rientrato nella capitale.

Dagli atti dei processi avviati nel dopoguerra, risulta che l’autista, poi incriminato per falsa testimonianza, modificò il percorso dell’autovettura che trasportava Amendola (indicatogli da un commissario di polizia), probabilmente perché in combutta con gli assalitori. Gli imputati furono comunque tutti condannati dalla Corte d’Assise di Pistoia, compreso il Marcelli, all’epoca dei fatti minorenne.

In seguito la Cassazione accolse parzialmente il ricorso dei condannati, “rinviando il processo alla corte d’appello di Perugia: la quale avrebbe rimediato alle palesi forzature dei giudici di primo grado sia sottoponendo le testimonianze sulle quali si era basata la loro condanna ad un esame più scrupoloso che attribuendo la giusta rilevanza al referto del pronto soccorso pistoiese. Quest’ultimo infatti limitando i danni riportati dall’Amendola alle superficiali escoriazioni causate dai vetri escludeva che egli fosse stato colpito con corpi contundenti non solo e non tanto dagli sconosciuti responsabili dell’agguato, quanto dallo stesso Marcelli, facendo implicitamente crollare l’intera impalcatura inquisitoria basata sull’accusa di omicidio […] Giustizia poté così finalmente essere fatta soltanto nell’ottobre del ’50, con l’assoluzione degli imputati; per quanto non con formula piena bensì per insufficienza di prove: la gravità della prima condanna non lasciava del resto ai giudici d’appello grossi margini di manovra”.

Giuseppe Alessandri ricorda inoltre che “Sul tipo di lesioni riportate nella circostanza dall’Amendola abbiamo la testimonianza del figlio Pietro, secondo la quale il 30 agosto 1925 il padre era in Francia, ‘dove è andato a sottoporsi a un trattamento chirurgico che limiti i danni riportati al volto e alla testa nella seconda aggressione, subita a Montecatini (…). Gli hanno rasato i capelli perché si possa lavorare alle ferite’. Dalla clinica francese il politico campano aveva difatti inviato alla famiglia una foto che lo ritraeva con la testa rasata (in N. Ajello, L’assassinio di Giovanni Amendola, “La Repubblica”, Roma, 5 aprile 2006). Pur non contenendo la testimonianza ulteriori precisazioni in proposito, parrebbe evidente trattarsi di lesioni cutanee piuttosto che interne”.

Giovanni Cerchia invece scrive che “[…] si sapeva soltanto che era gravemente ferito e che era stato riportato a Roma”.

Il figlio Giorgio ricorda così le condizioni del padre: “Egli era bendato, pallido, disteso sul letto […] Non si poteva toccare, era tutto piagato. Facevano soprattutto impressione le ferite alla testa, all’occhio e all’orecchio. Il corpo era pesto, ma allora non si sapeva che il colpo mortale era stato inflitto ai polmoni”.

Per ciò che concerne l’agguato, è ancora Giorgio che racconta cosa successe al padre: “Fu buttato di peso su una macchina e si trovò da solo tra quattro fascisti […] L’automobile dei fascisti portò Amendola al luogo prestabilito per l’agguato […] Piombarono su Amendola un gruppo di squadristi di Montecatini e lo colpirono con meticolosità”.

Giorgio rivela anche che almeno tre medici francesi resero una dichiarazione scritta in cui affermarono che: “ci sembra esservi luogo ad ammettere che la sua localizzazione è stata condizionata dal violento traumatismo prodotto sulla regione corrispondente all’emitorace sinistro nel luglio del 1925”.

Giovanni Amendola

Senza voler entrare davvero nel merito della questione – lasciamo questo lavoro agli storici di professione – dobbiamo comunque avanzare alcune considerazioni.

Può essere suggerito che le due aggressioni fasciste patite da Giovanni Amendola, a Roma il 26 dicembre 1923 e a Montecatini Terme il 20 luglio 1925, possano aver compromesso lo stato di salute del deputato, tanto da provocarne la morte il 7 aprile 1926.

Tutt’altro discorso per le presunte responsabilità da attribuire all’allora federale di Lucca, Carlo Scorza, che avrebbe avuto invece tutto l’interesse a tutelare la persona di Amendola, in considerazione della crisi sofferta dal governo Mussolini dopo il delitto Matteotti.

Del tutto fuori luogo affermare che Benito Mussolini fu senza ombra di dubbio il mandante politico dell’omicidio di Amendola.

Le circostanze che portarono alla morte il deputato dell’opposizione Giovanni Amendola, una pagina comunque tristissima del nostro passato, rimangono quindi in parte avvolte in una cortina fumogena che difficilmente si farà penetrare, a meno che non emergano ulteriori elementi degni di valutazione. Potrebbe anche essere un documento rimasto finora inedito, conservato per decenni in qualche archivio familiare, magari non di parte, che contenga almeno alcuni spunti affinché gli storici possano svolgere il loro compito.

Forse era davvero più sensato non tirar fuori questa faccenda della cittadinanza onoraria concessa all’epoca dal Comune di Sarno (ma anche da tanti altri municipi) a Mussolini, perché nessuno se ne ricordava più e nessuno sentiva il bisogno di rivangare nella memoria.

È fuor di dubbio che Giovanni Amendola sia stato, oltre che un grande intellettuale e un acuto uomo politico, anche il padre fondatore della democrazia liberale antifascista.

 

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