Il giaguaro che tornò rospo

Bufo marinus, Australia

Il Bufo marinus, comunemente detto “rospo delle canne, è nativo dell’America ed è diffuso in un’area abbastanza vasta che va dal Texas al Perù. Dalla pelle spessa come il cuoio, potrebbe confondersi con tanti altri più comuni, ma c’è una caratteristica che lo distingue: le sue ghiandole parotoidi, molto sviluppate e ben visibili sulle spalle, che secernono una sostanza tossica che risulta mortale per molti animali. Il bufonide si difende (e attacca, essendo di natura predatoria) così dalle insidie che gli si parano davanti.

Introdotto in Australia nel 1935, per salvaguardare le piantagioni di canna da zucchero dagli scarafaggi, i 3000 esemplari del rospo delle canne oggi sono diventati 20 milioni e hanno quasi annientato l’ecosistema.

Poiché nel sito olmeco di San Lorenzo sono stati rinvenuti in grande quantità resti ossei di Bufo marinus, conservati in cavità isolate, ancor prima di comprenderne il nesso sarà bene ricordare che con il termine San Lorenzo Tenochtitlan, suggerito dall’archeologo Matthew Sterling che vi scavò per primo, si definisce la prima e più conosciuta zona nucleare degli Olmechi.

Qui fin dal 1500 a.C. si sviluppò quella che ancor oggi è considerata una cultura madre. Proliferò per circa 600 anni e al suo apogeo era in grado di accogliere almeno diecimila residenti, con infrastrutture che potevano accogliere anche migliaia di forestieri. San Lorenzo fu edificata sulle alture di una pianura alluvionale; la terrazza naturale fu modificata mediante la rimozione di tonnellate di terra e la costruzione di terrazze, riempimenti e muri di sostegno. Fu sviluppato un complesso sistema di drenaggio delle acque con la posatura di pietre scolpite a U che fungevano da tubature.

 

Un approccio rivoluzionario

Resti di canali di drenaggio, rinvenuti a San Lorenzo

Nel 1979, al 43° International Congress of Americanists di Vancouver, l’antropologa Alison Bailey Kennedy presentò una ricerca dal titolo “Ecce Bufo: il rospo in natura e nell’iconografia degli Olmec”. La Kennedy relazionò in quel congresso che gli Olmechi avrebbero potuto ragionevolmente allevare il Bufo marinus, e non certo per ragioni alimentari, nel centro cerimoniale di San Lorenzo.

L’antropologa ipotizzò una diversa e più convincente destinazione della gigantesca piattaforma e del sistema di canalizzazione sotterraneo, che potevano essere canali di drenaggio o condotte collegate all’acqua stagnante delle lagune. L’analisi dell’arte olmeca dimostra effettivamente una persistente rappresentazione dell’immagine del rospo (troppo spesso confusa con quella del giaguaro) e un richiamo stilizzato alle sue ghiandole e alla spina dorsale.

Già nel 1971 l’archeologo Michael D. Coe, a proposito dei rospi di San Lorenzo, scriveva: “…sono un enigma perché non è possibile spellarli senza che entri nella carne un veleno estremamente pericoloso. Ora stiamo esaminando l’ipotesi che gli Olmec li usassero per una sostanza allucinogena chiamata bufotenina, uno dei suoi ingredienti attivi”.

Le secrezioni tossiche delle ghiandole parotidi del Bufo marinus avvengono quando l’anfibio è infastidito o semplicemente applicando una pressione localizzata. Il contatto con il veleno provoca la morte di molti animali e se ingerita direttamente dall’uomo, può provocare tachicardia, crisi epilettiche e coma. Il liquido generato dalle ghiandole di questi rospi contiene anche tossine con effetti allucinogeni, tra cui la bufotenina, che tuttavia non produce effetti sull’uomo se ingerita, perché andrebbe accoppiata a estratti vegetali capaci di bloccare l’azione disattivante di un enzima del tratto digerente.

Le allucinazioni provocate dall’ingestione di bufotenina sono immediate, essenzialmente di natura uditiva-visiva e di breve durata come dimostrato dagli studi in materia. L’azione allucinogena, e non solo, della bufotenina prodotta da alcune specie Bufo, era ben conosciuta dai nostri antenati.

 

Rappresentazioni convincenti

Statuetta recuperata a Tuxtla, raffigurante uno sciamano

Fu l’etnologo José Miguel Covarrubias Duclaud, più di 60 anni fa, a convincere anche gli scettici che l’animale sacro degli Olmechi fosse il giaguaro. Giocoforza molte immagini che ritraevano esseri antropomorfi vennero prontamente riconosciute nell’uomo-giaguaro.

In realtà l’uomo-giaguaro è una sommatoria di più divinità, con l’emersione di un “Drago di Olmec” che è senza dubbio un essere impossibile. La Kennedy, andando oltre questa visione, propone una rappresentazione a volte estremamente stilizzata del rospo, ritenendo che anche il classico motivo dei 4 punti con la sbarra, caratteristica ripetitiva dell’arte olmeca, sia da ricondurre al rospo per via delle ghiandole (2 parotoidi e 2 tibiali) simmetriche rispetto alla linea bianca che contraddistingue la spina dorsale del Bufo marinus, con la cresta cranica rappresentata alternativamente con una linea allungata a M o con la forma a campana. Il ruolo ricoperto dall’anatra, nel contesto fin qui riferito, appare centrale poiché gli Olmechi, come racconta la Kennedy, avevano l’esigenza di “detossificare certi costituenti velenosi e potenziare la bufotenina.

L’arte olmeca sembra venire in soccorso alla ricercatrice perché nei lavori in giada, oltre a essere rappresentati rospi e giaguari, è ricorrente anche il tema del volatile acquatico, con maschere in forma di testa o becco d’anatra. In una statuetta recuperata a Tuxtla è effigiato uno sciamano che indossa un mantello piumato e una maschera a becco d’anatra, ma il becco ricorre anche in sculture o monili rintracciate altrove.

E se finora abbiamo inteso l’uccello come rappresentazione del volo, dovremmo riconsiderare la questione poiché la Kennedy suggerisce che “gli uccelli che di solito rappresentano il volo sciamanico sono il falco, l’aquila, l’oca e l’anitra selvaggia, la gru, l’ibis, il gufo e il corvo. È suggestivo ricordare che proprio questi sono gli uccelli che mangiano rospi”.

Qui l’antropologa trova terreno fertile poiché anche lo storico delle religioni Joseph Campbell sosteneva che gli uccelli sciamanici del Paleolitico in Siberia erano anatre, uccelli acquatici, oche e paperi selvatici.

 

Richiami per anatre

Roberto Velazquez Cabrera è un esperto in aerofoni utilizzati nell’antichità nella Mesoamerica. In uno studio presentato nel 2002 al 143° congresso della Acoustical Society of America a Pittsburgh, scriveva di un enigmatico manufatto di pietra multi-forato di colore nero, rinvenuto casualmente in ufficio dall’antropologo Francisco Beverido Pereau.

Cabrera fu incaricato di compiere una prima analisi del reperto, in cui riconobbe senza dubbio un antico aerofono, strumento musicale capace di emettere un determinato suono a seguito della vibrazione dell’aria. Il flusso d’aria generato dal reperto analizzato è un suono molto particolare, non musicale, del tutto simile ad altri aerofoni precolombiani che riproducono il suono del vento o di alcuni animali. L’aerofono è provvisto di cavità in cui si fa vibrare l’aria all’interno e la frequenza della vibrazione generata è originata dalla dimensione degli incavi e dalla forma cilindrica. Pur essendo presenti in molti musei, spesso questi manufatti non sono valutati da archeologi o antropologi per le difficoltà di comprenderne la funzione e adattarla al contesto dello scavo.

Dispositivi, forse sonori, rinvenuti a San Lorenzo

A San Lorenzo sono stati rinvenuti migliaia di questi dispositivi, che possono variare nelle dimensioni e nel peso, ma invariabilmente presentano tre perforazioni. Se questi manufatti sono davvero dispositivi sonori, rimane il dubbio circa la funzione peculiare che avrebbero dovuto rivestire nell’area olmeca.

Secondo Cabrera gli oggetti avrebbero potuto avere un utilizzo anche nel corso di cerimonie religiose per generare stati trascendentali. Il ricercatore suggerisce che i reperti potrebbero anche emettere infrasuoni inferiori a 20 Hertz, in grado di migliorare la salute fisica e mentale delle persone.

Ho contattato Cabrera perché dall’ascolto dell’audio inserito nella sua ricerca, riproducente il suono dell’aerofono, ho infine riscontrato un’impressionante similitudine con il caratteristico urlo prodotto dall’oca. Cabrera, pur ammettendo la somiglianza, aggiunge che “lo spettrogramma è un po’ differente, perché ha una frequenza fondamentale (F0) e un’armonica definita con meno rumore fino a poco meno di 10kHz. L’urlo dell’oca sembra essere più forte e suona più come altri modelli di generatori di rumore boccali messicani… Tuttavia, il tema è molto interessante, perché i dispositivi di ilmenite di San Lorenzo potrebbero produrre effetti speciali e neuronali udibili se si ascoltano nello stesso tempo e quindi produrre beat sonori e complessi infrasuoni.

Insomma, qualche somiglianza c’è, anche se sarebbe meglio confrontare il suono prodotto dall’aerofono olmeco con una registrazione dell’urlo dell’anatra, anziché quello dell’oca.

Questi manufatti avrebbero potuto riprodurre anche un verso utile per il governo dei volatili: è possibile che gli Olmechi allevassero anatre perché queste si cibassero del rospo psichedelico, sintetizzando la bufotenina. Non rimaneva che mangiare quella carne allucinogena per ricongiungersi con la divinità uomo-giaguaro (e un po’ rospo).

 

Luce fluorescente

Specchio concavo proveniente da San José Mogote

Gli olmechi utilizzavano specchi concavi in magnetite e ilmenite per accendere il fuoco. Gli specchi provenivano da San José Mogote, che si ritiene potesse essere un centro specializzato nella fabbricazione di questi manufatti. Manufatti simili sono stati rinvenuti solo a Etlatongo e San Lorenzo. Quelli trovati a San Lorenzo sono datati tra il 1000 e il 750 a.C. ed è stato accertato che con l’abbandono di San Lorenzo, si interruppe anche la produzione di specchi a San José Mogote. È quindi possibile suggerire che gli artefatti fossero destinati esclusivamente per le esigenze di San Lorenzo.

Gli specchi presentano generalmente una forma ovale e un diametro ridotto, con uno spessore di 3 centimetri. Nell’arte olmeca questo tipo di manufatto è spesso raffigurato come un pettorale: è credibile che siano stati indossati poiché i reperti recuperati presentano un foro nella parte superiore, oppure 2 fori posti lateralmente, idonei per il fissaggio.

La magnetite è ferromagnetica e investita da campi magnetici rimane a lungo magnetizzata: ci troviamo di fronte a una calamita del tutto naturale. Questo minerale ha tuttavia altre caratteristiche e una di queste potrebbe essere all’origine della scelta olmeca di realizzare gli specchi concavi, usati non in funzione ustoria come finora sostenuto, bensì come manufatto determinante per la cattura dei rospi psichedelici.

Ancor oggi, per esempio in Australia, i rospi possono essere scovati con luci ultraviolette che attirano gli insetti di cui sono ghiotti. La luce ultravioletta emessa dal Sole è una radiazione elettromagnetica, caratterizzata da una lunghezza d’onda inferiore rispetto alla luce visibile, e viene quasi totalmente assorbita dall’atmosfera terrestre. Tale luce può essere vista da alcuni insetti che sono attirati dall’ultravioletto.

Molti materiali rispondono diversamente alla luce ultravioletta e possono avere qualità di fluorescenza: la magnetite è uno di questi, un minerale luminescente ai raggi ultravioletti, che di giorno è incolore ma al buio diventa visibile; così avviene la trasformazione delle radiazioni invisibili in una lunghezza d’onda visibile. La luce violetta sprigionata di notte è morbida e vellutata, ma i nostri occhi continuano a non percepirla, a differenza di alcuni animali (tra questi uccelli e insetti) e molte piante.

Cucchiaio olmeco di giadeite

Gli Olmechi, probabilmente, sfruttavano la luce invisibile per la caccia notturna di Bufo marinus. Nelle steli e nella statuaria olmeca sono rappresentati anche curiosi e misteriosi arnesi in mano agli effigiati: “torce” e “manopole”, terminologia ormai in uso per identificare quelli che potrebbero essere ragionevolmente i ferri del mestiere per la cattura dei rospi. In tal senso le torce, che avrebbero potuto essere di legno resinoso, appaiono oggetti indispensabili se davvero gli Olmechi s’erano messi in testa di catturare rospi da allevare, poiché questi prediligono la vita notturna; le manopole potrebbero essere dei sacchi di stoffa in cui infilare gli anfibi.

L’ipotesi della Kennedy, nonostante qualche contrarietà, continua ad affascinare tutti, probabilmente per l’aspetto innovativo e multidisciplinare nella raccolta dei dati e nel rilascio di un’interpretazione plausibile. Un approccio che potrebbe essere esteso con successo anche ad altri enigmi del nostro passato.

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