Strade per Aztlan

Nell’articolo ‘Aztlan, la terra sommersa degli Aztechi’, pubblicato sul nr. 18 (febbraio 2019) della rivista mensile Hera edita da XPublishing, il direttore Enrico Baccarini ha fornito un accurato resoconto sulle ipotesi finora formulate attorno alla mitica terra di provenienza del popolo che, dopo lungo peregrinare, arrivò in quella che chiamarono Tenochtitlan nella Mesoamerica.

Poiché in un paio di volumi editi da Cerchio della Luna (Il ritorno del Serpente Piumato nel 2012 e Quelli che vennero prima nel 2015), avevo già affrontato l’argomento, mi è parso opportuno riproporre in maniera organica e aggiornata questo materiale, quasi fosse una naturale appendice al testo redatto dall’amico Baccarini, anche per ampliare l’orizzonte di ricerca.

L’articolo che state per leggere è apparso originariamente sul nr. 9 della rivista Dreamland nel marzo 2019.

 

Tra le Americhe Prima di affrontare la problematica della possibile localizzazione di Aztlan, occorre spendere qualche parola sull’efficiente rete commerciale che da almeno due millenni attraversava in lungo e in largo il continente americano; ciò può infatti fornirci elementi importanti anche per comprendere l’itinerario di quell’estenuante e continua migrazione (durata qualche centinaio d’anni) che avrebbe infine condotto i Mexica-Aztechi fino al luogo designato dalla divinità.

Thomas R. Hester, professore di antropologia e direttore del Texas Archeological Research Laboratory dell’Università del Texas ad Austin, in uno studio pubblicato nel 2002 scrive che in America Settentrionale “sono documentati molti siti che furono importanti luoghi di scambio e commercio; tra di essi i più noti sono Cahokia, Chaco Canyon e Poverty Point.” Pur essendo siti molto distanti tra loro, quelli citati da Hester erano inseriti in vaste rotte commerciali in cui erano presenti centinaia di stazioni di sosta. Il trasporto dell’ossidiana, per esempio, godeva di una buona rotta commerciale in tutto il Sud-Ovest dell’America, abbracciando quindi Arizona e Nuovo Messico. Chaco Canyon, che per la nostra trattazione ci interessa da vicino, si trova in questa fascia e comprende una decina di altri siti, tra cui il celebre Pueblo Bonito. Qui gli Anasazi svilupparono dal 900 d.C. in poi un’efficiente rete viaria (più di seicento chilometri di antiche strade collegavano l’area di Pueblo Bonito con centinaia di località sparse attorno) per il commercio di molti beni, tra cui quelli esotici provenienti dalla Mesoamerica.

La copertina del nr. 18 (febbraio 2019) della rivista Hera,edita da XPublishing, in cui è apparso l’articolo ‘Aztlan, la terra sommersa degli Aztechi’ del direttore Enrico Baccarini

Alice Beck Kehoe, antropologa del Milwaukee (Wisconsin), una vita dedicata allo studio sui nativi americani, suggerisce che “Chaco sembra aver controllato le miniere di turchese di Cerillos nel New Mexico, alcune delle quali arrivavano in Messico centrale e come Hohokam importavano campane di rame e macaw tropicali, crescendone altri in cattività.

L’archeologo Stephen Lekson, di stanza all’Università del Colorado, si dedica da anni allo studio delle popolazioni ancestrali del Sud-Ovest americano, con particolare attenzione all’archeologia domestica e alle migrazioni. Lekson è riuscito a collegare Chaco Canyon, Aztec Ruins (due importanti centri anasazi) e Paquimé (in Messico, a più di seicento chilometri a sud), poiché queste località, oltre a essere allineate alla stessa longitudine, erano centri di smistamento di pappagalli, conchiglie e campane di rame. L’antropologa Alice Beck Kehoe (le cui parole ritroveremo anche in seguito) si domanda: “erano forse collocate in modo tale da attirare quel potere cosmico che questi popoli credevano risiedere in  quell’allineamento celeste?

Una rete commerciale (che avrebbe potuto raggiungere anche Tula) che ha senz’altro favorito la diffusione di cultura tra il Sud-Ovest americano e la Mesoamerica, ancor prima delle date accettate convenzionalmente per la raggiunta efficienza degli scambi, cioè poco prima della fine del I millennio della nostra era: Lekson suggerisce che Chaco e gli altri siti della zona fossero centri di redistribuzione di prodotti agricoli provenienti dal Nuovo Messico già dal 650 d.C. e fino al 900 d.C. Infatti, Chaco emerse nel suo ruolo catalizzante solo allora, per cedere il posto a Aztec Ruins al suo declino.

Gli scambi con culture della Mesoamerica avvenivano con l’importante scalo di Casas Grandes (o Paquimé) nella regione di Chihuaha, dove giungevano i pappagalli dalle piume scarlatte, particolarmente apprezzati dalla classe dominante.

La merce veniva trasportata, da un sito all’altro, sulle spalle, utilizzando ceste di legno o fagotti di pelle, come testimoniato da alcuni esemplari rinvenuti all’interno di grotte del Sud-Ovest. Ci si spostava a piedi, soprattutto nelle zone desertiche dell’Arizona, percorrendo antichi camminamenti come quelli ancor oggi rintracciabili in California, dal confine col Messico fino all’Oregon. C’è chi si spostava anche navigando, come i Chumash della California, che con le loro canoe facevano la spola con le isole Channel, dove esisteva un’industria di grani di conchiglia, merce molto richiesta per gli ornamenti.

Gli snodi lungo questo intrigante percorso, quasi mille chilometri da Chaco Canyon a Casas Grandes, dovevano costituire una formidabile via anche per la trasmissione di idee e persone.

L’archeologo Charles Corradino Di Peso, che per primo condusse campagne di scavo a Paquimé dal 1959 in poi, si convinse che la cittadina fu fondata da sacerdoti-mercanti della Mesoamerica per meglio controllare la rete commerciale che conduceva al Sud-Ovest degli Stati Uniti.

Paquimé rappresenta il tratto d’unione tra i Pueblo (Anasazi) del nord e le popolazioni mesoamericane del sud. Qui, in pieno deserto ma in una valle comunque fertile poiché bagnata da un corso d’acqua, si riuscì ad allevare perfino l’ara scarlatta, una specie di pappagallo nativo delle zone tropicali di Messico, Perù e Brasile, come testimoniano i rinvenimenti di gusci d’uova e scheletri di uccelli.

I commerci, oltre con il Sud-Ovest americano e la Mesoamerica, avvenivano anche con i popoli stanziati sulla costa dell’Oceano Pacifico, soprattutto per l’importazione di conchiglie.

 

Cartina con l’indicazione di una delle reti commerciali che collegavano il Messico settentrionale e centrale al Sud-Ovest degli Stati Uniti

L’oro nero Nell’antichità l’ossidiana era un altro di quei beni molto richiesti in ogni dove, meritandosi l’appellativo di “oro nero”. Seguendo l’ossidiana è oggi possibile individuare l’antica rete commerciale che partendo dalla Mesoamerica raggiungeva l’America del Nord: infatti la fluorescenza ai raggi X o l’analisi per attivazione neutronica determinano la composizione chimica e quindi i giacimenti di provenienza. La merce proveniente dalla Valle del Messico, attraversava tutto il Sud-Ovest degli Stati Uniti per raggiungere addirittura il Texas; ce lo racconta il professore emerito di antropologia alla University of Texas di Austin, Thomas R. Hester:  “grazie all’ausilio della chimica nucleare, che consente di identificare i tipi e i giacimenti di ossidiana, esiste oggi una vasta letteratura sulle vie commerciali di questa materia prima in California, nel Sud-Ovest, nelle Grandi Pianure e nel Texas. Studi di questo tipo sono stati ad esempio effettuati sulle antichissime vie commerciali attraverso cui l’ossidiana proveniente dal Messico centrale raggiungeva un sito del Texas risalente al periodo Clovis (11.500 anni fa).

Quell’ossidiana proveniva dai giacimenti del Michoacan (uno stato messicano sull’Oceano Pacifico), sede del cosiddetto Mexican Volcanic Belt, uno dei campi vulcanici più attivi.

L’archeologa Christine Niederberger Betton, basandosi anche su documenti del periodo della conquista, ha ricostruito quella che doveva essere all’epoca l’estesa rete commerciale azteca. Per fare un esempio, un percorso stradale collegava la Valle del Messico con Tuxtepec (Oaxaca), attraversando Cuautla (Morelos), Izucar de Matamoros e Tehuacán (Puebla): “Da Tuxtepec la strada si divideva in due rami, uno diretto verso la costa pacifica attraverso l’istmo di Tehuantepec, l’altro verso l’Atlantico e la costa del Tabasco, dove erano situate le potenti città mercantili indipendenti di Xicalango e Itzamkanak dei Maya Chontal, fuori della sfera di influenza politica azteca. Secondo le carte indigene disegnate su cotone che furono mostrate a Cortés, tale strada proseguiva, per terra e per mare, verso Nito (Guatemala), giungendo fino a Naco (Honduras)… dovevano esistere vie di comunicazione marittime che coprivano grandi distanze anche lungo la costa pacifica della Mesoamerica.

Un’altra via terrestre utilizzata per il commercio era lungo la Sierra Madre Occidentale, la catena montuosa che si estende per millecinquecento chilometri dall’Arizona al Messico, attraversando il deserto di Sonora, Chihuahua, Durango, Zacatecas, Aguascalientes e Guanajuato.

Il deserto che si spalma su California e Arizona è chiamato Sonora, che nella lingua dei Papago significa “luogo delle piante”, probabilmente per la presenza di vegetazione (ad esempio il cactus Saguaro) capace di assorbire quella poca acqua – qui piove due volte l’anno – per sopravvivere. Temperature altissime e precipitazioni quasi inesistenti, è lo scenario che contraddistingue questo e altri deserti. A Sonora le cose si complicano anche per la presenza a nord-ovest di una vasta zona vulcanica, anche se la bellezza dei paesaggi è indubbia. Inoltre, la corrente di California contribuisce a mantenere arido questo deserto.

Niederberger Betton aggiunge che queste reti di scambio “definitesi probabilmente nella fase di evoluzione delle tecniche agricole e della vita di villaggio, raggiunsero un notevole sviluppo alla fine del II millennio a.C.

In quel frangente la cultura madre viveva il suo tempo migliore e non c’è dubbio  che siano stati proprio gli Olmechi  a tessere quella ragnatela di strade per incrementare i commerci con altri popoli. Detta con le parole della Niederberger Betton, la faccenda suona così: “A partire dalla fine del II millennio a.C., lo sviluppo di sistemi condivisi di credenze e di tradizioni stilistiche, che definì il percorso culturale mesoamericano, derivò senza dubbio almeno in parte da questa prolungata osmosi economica tra regioni molto diverse per composizione etnica e risorse materiali.

Area di espansione del ceppo linguistico uto-azteca

Anche l’archeologo Michael E. Smith è del parere che, a parte le merci ingombranti e deperibili, la rete commerciale a lunga distanza della Mesoamerica, fin dai primordi, basava il suo successo su una serie di beni molto richiesti: piume di uccelli, pelli di animali, semi di cacao, ceramiche e ossidiana. Tra i prodotti importati, il turchese di elevata qualità del Sud-Ovest degli Stati Uniti: notevoli i giacimenti della California, del Nuovo Messico, di Sonora e dell’entroterra del Messico fino a Zacatecas. Alice Beck Kehoe, in proposito, scrive che “le prime civiltà della Mesoamerica, nel II e I millennio a.C., avevano dato valore soprattutto alla giada verde ma nel corso del I millennio d.C., il turchese venne apprezzato sempre di più, sostituendo l’uso della giada.

Il commercio di specchi di ferro e ornamenti di conchiglia interessava soprattutto i centri olmechi della zona nucleare, San José Mogote e Chalcatzingo (Morelos). I mercanti zapotechi di Teotihuacan favorivano gli scambi con Monte Alban. Con la decadenza di Teotihuacan, la rete commerciale subì un decentramento, interessando i centri di Xochicalco, Cacaxtla e Teotenango. Gli scambi ripresero l’antico vigore sotto il dominio azteco.

Secondo il parere di Claude-François Baudez, archeologo specializzato in riti e credenze precolombiane, “furono probabilmente gli Olmechi a creare una rete di scambi in America Centrale: oggetti di giada di questa cultura sono stati rinvenuti nelle regioni settentrionali, centrali e atlantiche della Costa Rica. La giada allo stato naturale era importata in queste regioni dalla zona del fiume Motagua (Guatemala), dove si trova l’unico giacimento noto in America Centrale. La probabile rotta della giada doveva essere costituita dalla via marittima atlantica, che partiva dalla foce del Motagua e giungeva fino al San Juan (Nicaragua).” L’antropologo Christopher A. Pool aggiunge che “la giada è prevalentemente limitata a due varietà di minerali, la nefrite e la giadeite. La nefrite, la giada verdemela così apprezzata in Asia orientale, è composta da cristalli di minerali tremolite e actinolite, e non si trova in Mesoamerica, naturalmente o come artefatti. Invece, gli Olmechi e altre culture mesoamericane, impiegavano la dura roccia geologicamente conosciuta come giadeitite, che è composta principalmente dal minerale pirosseno giadeite. La giadeite può variare in colore dal bianco, attraverso il verde smeraldo, al blu-verde. Ad oggi, l’unica fonte documentata di giadeite in Mesoamerica si trova nella valle della regione Motagua del Guatemala, a 600 chilometri sud-est da La Venta.” L’archeologo Roman Pina Chan, comparando lo stile delle ceramiche, andò oltre e ipotizzò che quelle rinvenute nella Mesoamerica dal 1700 a.C., provenivano dal Sudamerica.

Alice Beck Kehoe propone ragionevolmente rotte commerciali ben precise tra il Sud-Ovest degli Stati Uniti e il Messico settentrionale: “Esistono, tra Hohokam e Chaco, differenze nelle importazioni e nelle tecniche per le fibre tessili, sufficienti a far tracciare due rotte principali per i contatti con il Messico: una rotta occidentale che portava alla costa del Pacifico, forse tagliando attraverso la Sierra a nord da Culiacan all’Arizona meridionale per arrivare a Hohokam, ed una rotta orientale attraverso Zacatecas e Durango (Messico) che portava a Chaco, consentendo ai due popoli sud-orientali – che forse erano confederazioni – di coesistere.

 

Chicomoztoc, il luogo delle sette caverne. L’origine mitica delle tribù “nahuatlaca”. Da “Historia Tolteca chicimeca” (codice postcortesiano del 1550)

La Gran Chichimeca La cosiddetta Gran Chichimeca, una vasta regione che comprende il Nord del Messico e gli Stati Uniti del Sud-Ovest, era attraversata dal tratto più lungo dello straordinario itinerario commerciale che dal deserto di Sonora raggiungeva la zona nucleare degli Olmechi.

Era così chiamata dai Nahua poiché abitata dai Chichimechi (“abitanti della Chichiman”), popoli seminomadi un po’ cacciatori un po’ raccoglitori, che comprendevano diverse etnie. Il primo a parlarne fu Cortes, che li descriveva incivili e facilmente assoggettabili.

I Chichimechi  appartenevano al gruppo “uto-azteca”, con cui si indica l’insieme di lingue di quei popoli che abitarono le terre dall’America Settentrionale al Messico. Pur comprendendo almeno tre ramificazioni (scioscione, pima/sonora e nahuatl/azteco), avevano tutte caratteristiche in comune per fonetica e morfologia. Questo significa che gli indigeni che occupavano questa zona molto estesa dell’America, condividevano anche caratteristiche simili.

Un insieme eterogeneo di genti, ognuna con una propria lingua. Ancor oggi non abbiamo sufficienti conoscenze per dire chi fossero i Chichimechi, anche perché si sono estinti (è il caso degli Opata), oppure mischiati con altre culture indigene. Guachichiles, Caxcanes, Zacatecos, Tecuexes, Guamares: etnie che conosciamo solo per nome (ne parla qualche corrispondente spagnolo, dopo la conquista) e rimangono impigliati nelle pieghe oscure del passato. Pur tuttavia, di altri possiamo discutere, poiché qualcosa della loro esistenza è arrivato fino a noi: Otomies, Coras, Huicholes, Pames, Yaqui, Mayos, Tepehuanes e O’odham.

I primi resoconti attendibili su queste popolazioni ce li forniscono gli etnologi alla fine del XIX secolo, e solo allora si comprende che questi Chichimechi (ricordati anche come il “popolo dell’arco e delle frecce”) non erano del tutto selvaggi com’erano stati descritti dai missionari, bensì razze multietniche che vissero su un territorio che non risparmiava fatiche, e aguzzarono l’ingegno per procurarsi il cibo, in alcuni casi coltivando anche la terra.

 

Ricostruzione di Tenochtitlan, capitale degli Aztechi nella Mesoamerica

Una cultura multietnica El Openo è un sito archeologico del Michoacan, in cui sono stati rinvenuti dodici sepolcri, i più antichi della Mesoamerica poiché le analisi C-14 rilasciano datazioni fino al 1.600 a.C. Si ritiene che la popolazione che vi abitò fosse nativa, anche se è tuttora fonte di dibattito a quale dei numerosi popoli della Chichimeca vada riconosciuto il merito. C’è chi sostiene che El Openo, per la sua antichità, possa scalzare anche la cultura madre della Mesoamerica, nonostante a El Manati, noto sacrario olmeco, siano state registrate datazioni anteriori di almeno cent’anni. Inoltre anche qui, pur trovandoci di fronte a espressioni multietniche, ritroviamo caratteristiche proprie della cultura olmeca, come l’uso della giadeite e certe similitudini nell’iconografia impressa sulla ceramica. Detto questo, rimane che a El Openo le tombe venivano realizzate in verticale,  scavando la fragile roccia vulcanica, tecnica “a pozzo” che si ritrova in tutta la regione, da Michoacan a Nayarit. Le camere funerarie, che presentano anche sepolture multiple, si raggiungono tramite scalinate e passaggi sotterranei: alcuni dei corpi presentano evidenti segni di deformazione del cranio e di perforazione. Tra le offerte, oltre a statuette d’argilla che raffigurano giocatori muniti di mazza, anche ceramica con motivi geometrici e ciotole del tutto identiche a quelle rinvenute a Tlatilco nella Valle del Messico. Purtroppo molti di questi sepolcri sono stati saccheggiati e ora è difficile collocare nel giusto contesto archeologico i manufatti rinvenuti. La prima tomba intatta fu scoperta negli anni Trenta nello Jalisco, a Huitzilapa, ma i sepolcri di El Openo, a differenza di altri, oltre ad essere quasi intatti, dimostrano che a monte vi fu una progettazione funeraria ben precisa. L’analisi dei resti scheletrici (i più antichi del Messico occidentale) e dei manufatti rinvenuti come offerta, suggerisce la presenza di un popolo sedentario in cui coesistevano diverse classi sociali. L’archeologo José Arturo Oliveros Morales si spinge più in là quando suggerisce che, sulla scorta dello studio delle attività economiche e culturali dei popoli dell’antichità, emerge un primo esempio di globalizzazione, poiché quelle caratteristiche in comune accomunano le genti dal Nayarit al Perù, a partire dal 500 a.C. E tutto ruoterebbe, secondo l’archeologo, attorno al culto della morte e degli antenati. In un più ampio contesto, quindi non solo la Mesoamerica, Morales sostiene che per “l’incredibile quantità di oggetti marini, conchiglie, lumache e coralli, che invadono il resto della Mesoamerica e sono inclusi nei rituali, sto pensando che questo ha a che fare con l’Atlantico e i Caraibi… stiamo parlando di monumenti dedicati alla finalità dei morti, ma anche al mare, perché a Ovest [ove sono orientati] il sole muore ed è un mito che trascende tutta la storia della Mesoamerica.” L’archeologo continua sostenendo che l’Ovest messicano e la Mesoamerica “sono uniti da diversi elementi che ci impongono di pensare in forme, materiali e simbolismo o usi. Ci sono alcuni oggetti rinvenuti a El Openo, Tlatilco o Tlapacoya, che hanno una loro controparte in Oaxaca e anche nel Guatemala. Parliamo di importanti rotte commerciali, ma non solo di popoli uniti da gruppi compatti di mercanti, stiamo dicendo che nel 1500 o 1200 a.C. c’erano già le reti della globalizzazione sociale, commerciale ed economica.

Anche l’antropologo Joseph B. Mountjoy, specializzato nello studio delle zone costiere dell’Occidente, è convinto che gran parte della vita di questa gente fosse concentrata sul culto dei morti.

I tipi di ceramica di El Openo sono fra l’altro simili a quelli di Capacha, località a pochi chilometri da Colima, ed entrambi somiglianti a quelli di Tlatilco, come sostiene anche l’antropologo David Grove, che basa queste interazioni anche sul tipo di ossidiana rinvenuta in questi siti. È uno stile che racchiude caratteristiche sia mesoamericane sia della parte settentrionale del Sud America. Pare proprio che alla base di queste similitudini ci siano state diverse radici culturali, ancora non del tutto chiare agli specialisti.

 

 

L’autore mostra la linea difensiva di La Quemada, Zacatecas

La leggendaria terra d’origine Tradizioni chichimeche, tramandate oralmente anche prima dell’arrivo dei Conquistadores, riferiscono della leggendaria Aztlan, la terra d’origine che avrebbero abbandonato cinquecento anni prima. Ammesso che questa Aztlan sia davvero esistita (i Mexica-Aztechi, già Chichimechi, avrebbero avuto buoni motivi per inventarsi una discendenza nobile per mascherare ben altre origini), forse la sua ubicazione va trovata altrove: non è detta, infatti, che il moto migratorio sia stato solo e sempre in direzione della Mesoamerica, poiché numerosi e diversi spostamenti hanno interessato anche altri popoli. Almeno tre gruppi etnici migrarono quasi contemporaneamente (a partire dal 300 a.C.) dalla Gran Chichimeca nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, in quelle che oggi sono l’Arizona e il Nuovo Messico: Hohokam, Mogollon e Anasazi.

Durango e Zacatecas potrebbero essere, invece, tappe intermedie di una migrazione verso sud di alcuni Chichimechi, così almeno testimonierebbero i rinvenimenti archeologici. Questi siti sarebbero stati poi abbandonati attorno alla fine del I millennio d.C., confermando una discesa fin nella valle del Messico, nel momento in cui presero forma i Toltechi-Chichimec e fiorì per almeno un secolo la città di Tula. La migrazione a sud dei Chichimechi sarebbe proseguita senza sosta, arrivando infine nello Yucatan, per mischiarsi ai Maya.

Anche le tradizioni azteche narrano di Aztlan come la terra d’origine. In lingua nahuatl si tratterebbe del “luogo degli aironi”, “luogo del bianco” o “vicino all’acqua”. Prima di Aztlan, i popoli nomadi, tra cui gli Aztechi, provenivano da Chicomoztoc, “luogo delle sette caverne”, che alcuni studiosi identificano con la città fortificata di La Quemada, a una cinquantina di chilometri da Zacatecas.

La Quemada faceva parte di una ben nota rotta commerciale (con le altre stazioni di Las Ventanas e Guanajuato), che collegava Zacatecas con Teotihuacan già dal IV secolo d.C. Quattrocento anni dopo, La Quemada divenne centro dominante autonomo, soppiantando probabilmente Zacatecas. L’archeologa Marie-Areti Hers suggerisce che vi fosse anche il più grande santuario della regione, per via degli immensi spazi cerimoniali. Tornando ad Aztlan, è possibile che i fondatori di Tenochtitlan, la capitale dell’impero azteco e attuale Città del Messico, abbiano scelto quel posto poiché poteva assomigliare a quello delle origini.

Alfredo Chavero, precursore dell’archeologia messicana alla fine del XIX secolo, suggeriva  di collocare Aztlan sulle corse dell’Oceano Pacifico, nell’odierno Nayarit, confinante guarda caso con gli stati di Durango e Zacatecas. Nayarit, secondo il parere di molti archeologi, subì un drastico cambiamento verso l’800 della nostra era, probabilmente per un’invasione di popoli che introdusse stili mesoamericani.

 

Veduta della città fortificata di La Quemada

Coloro che vengono da Azlan Gli Aztechi (anche detti Mexica o Tenochca) si svilupparono nell’altopiano messicano dal XIV secolo. Nella loro lingua nahuatl, si identificavano come “coloro che vengono da Aztlan”, un luogo mitico posto a settentrione. La leggenda narra che i Mexica dopo lungo peregrinare giunsero nei pressi del lago Texcoco e, come predetto dalla loro divinità, riconobbero i segni indicanti il punto dove avrebbero fondato la capitale Tenochtitlan: un’aquila appoggiata a un cactus.

Dopo la conquista spagnola, con la cernita dei racconti indigeni, si è cercato di far luce sulle vicende concernenti il lungo peregrinare dei Mexica e il fatto di stabilirsi al centro della laguna di Texcoco, dove nascerà Tenochtitlan, come già accennato deve intendersi una scelta obbligata. Secondo la tradizione questa gente attendeva un segno del dio Huitzilopochtli per capire dove avrebbero dovuto ricostruire Azlan, la mitica isola al centro di un lago da cui provenivano: quando videro posarsi su un cactus un’aquila che tra le unghie recava un uccello di piume preziose, compresero che il cammino era terminato.

In realtà i Mexica, una popolazione nomade proveniente dall’area pueblo (l’attuale Michoacan), nel corso del I millennio giunsero per ultimi sull’altopiano centrale e subito furono sottomessi ai Colhua (quel che restava dei Toltechi). La scelta di stabilirsi su un isolotto al centro della laguna di Texcoco, lì dove sorgerà prima Tenochtitlan (1325) e poi Tlatelolco, più che una scelta infelice deve intendersi obbligata in un territorio in cui i residenti mal tolleravano i nuovi venuti, tanto che dopo essere assoggettati ai Colhua lo saranno anche ai Tepanechi di Azcapotzalco in qualità di mercenari.

Mappa del 1704 disegnata da Giovanni Francesco Gemelli Careri: la prima rappresentazione della leggendaria migrazione azteca da Aztlan

Il bisogno di legittimare in qualche modo la loro presenza ed essere finalmente accettati, li convinse a operare una politica di vincoli matrimoniali con i Colhua e un’alleanza militare con le città vassalle di Texcoco e di Tlacopán. La vittoria sui Tepanechi decretò la loro indipendenza e l’inizio di un’irresistibile espansione, culminata con la formazione dell’impero che crollò solo con l’arrivo dei conquistadores.

I regnanti aztechi assimilarono anche le tradizioni tolteche per poter vantare di esserne i discendenti, provenienti dalla città sacra di Colhuacan. In un primo momento il culto di Quetzalcoalt era predominante ma col tempo,  per ragioni di mera convenienza verrà oscurato da quello di Huitzilopochtli (Colibrì del Sud), divinità protettrice che aveva accompagnato i Mexica durante il lungo periodo di migrazioni.

Le fonti da cui attingono gli studiosi, per delineare questa civiltà, sono i cosiddetti “Codici”, manoscritti redatti da autori aztechi e spagnoli prima, durante e dopo la conquista. Ricordiamo il Codice Borbonicus (calendario divinatorio, ciclo temporale di 52 anni con le date del primo giorno di ciascun anno solare e cerimonie conclusive del ciclo), il Codice Boturini (resoconto del leggendario viaggio da Aztlán), il Codice Mendoza (storia dei sovrani, conquiste, elenco tributi dalle province ed elementi di vita quotidiana), il Codice Fiorentino (vita quotidiana prima della conquista), il Codice Aubin (storia pittografica dalla partenza da Aztlán alla conquista), il Codice Magliabechiano (con i 20 nomi dei giorni del tonalpohualli, le 18 feste mensili, il ciclo di 52 anni, eccetera) e il Codice Ixtlilxochitl (calendario, feste e riti).

 

L’impero degli Aztechi, nella sua massima estensione

Il fondatore di Tollan I miti di origine mixteca riferibili all’epoca Postclassica (X secolo), narrano dell’arrivo in Mesoamerica, proveniente da Settentrione, del popolo dei Toltechi guidati da un guerriero chichimeca chiamato Mixcoatl che, stando alla mitologia azteca, era anche un dio della caccia e della guerra nonché figura associata alla stella del nord. Questa divinità, cui si deve l’invenzione del fuoco sotto l’aspetto di Tezcatlipoca, era indicato anche come dio della Via Lattea (per questo chiamato anche “serpente nuvola”) e impersonava le anime dei guerrieri che alla morte si trasformavano in stelle. Mixcoatl era il padre diTopiltzin Ce Acatl Quetzalcoatl.

Dal mito alla storia, o quasi, si arriva al sovrano/sacerdote Topiltzin Ce Acatl Quetzalcoatl e già dal nome si comprende il forte legame con il culto del Serpente Piumato, nato dall’unione di Mixcoatl con la donna colhuacana di nome Chimalman; la nascita di Ce Acatl Topiltzin Quetzalcoatl ha comunque qualcosa di divino per via della madre, la quale sarebbe rimasta incinta dopo aver ingerito un grano di giada.

Le gesta di questo governante, fondatore della meravigliosa città di Tollan (una città che secondo i Toltechi si trovava nell’oceano – o sull’oceano? – le cui mura rosse e nere si erano disciolte in seguito alla decadenza dei suoi abitanti: Xelhua, un gigante barbuto dalla pelle bianca, avrebbe condotto i sopravvissuti di Tollan a Cholula, dove sarebbe stata edificata una torre del diluvio), legate allo sviluppo dell’arte e della cultura, sono chiare prerogative insite nella figura di Quetzalcoatl.

Oggi si tende a identificare Tollan con Tula, ove tra le rovine si erge una piramide ricoperta da figure di giaguari e aquile nell’intento di divorare cuori umani e statue enormi raffiguranti mostruosi idoli che potrebbero testimoniare la sconfitta di Quetzalcoalt e la ripresa dei sacrifici umani. È pur vero che l’archeologo/etnologo Laurette Séjourné ha avanzato l’ipotesi che la leggendaria Tollan fosse Teotihuacan.

La leggenda vuole i Toltechi iniziatori di ogni forma di civiltà. Tollan (Tula) fu descritta piena di meraviglie, soprattutto quando gli Aztechi, cercando di vantare legami diretti, riscrissero la storia dei Toltechi: per tale ragione questi sono stati spesso confusi con altre civiltà mesoamericane, portando i ricercatori ad attribuire loro, erroneamente, le gesta che precedettero l’avvento degli Aztechi. Gli Aztechi solevano infatti assorbire le credenze dei popoli sottomessi per poi mischiarle con le proprie.

 

Veduta dell’isola di Antelope, nel Great Salt Lake, Utah

Una terra immaginaria L’archeologo Michael Ernest Smith dell’Arizona State University, dopo aver comparato le risorse disponibili, ha suggerito che, a parte un’iniziale movimentazione di Chichimechi (non associati alla lingua nahuatl), ci furono altre tre migrazioni – distinte tra loro – nella Valle del Messico di genti che parlavano nahuatl, le cui leggende indicavano una provenienza da Aztlan o Chicomoztoc: la prima (Xochimilca, Chalco, Tepanechi e Acolhua) avvenne nel 1195, la seconda (Tlaxcalan e Nahuatl della Sierra Norte de Puebla) nel 1220 e l’ultima, quella dei Mexica, nel 1248. La ricostruzione storica risultante è supportata dal lavoro corrente sulla linguistica storica mesoamericana e dai dati archeologici disponibili.

Chicomoztoc, il luogo delle sette caverne da cui sarebbero partite le popolazioni nomadi tra cui anche i Mexica, pare quindi essere identificabile, con buona approssimazione (soprattutto per mancanza di valide alternative), nella città fortificata di La Quemada (oggi nello stato di Zacatecas), all’epoca un importante snodo della rotta commerciale che giungeva fino a Teotihuacan.

Più che un luogo d’origine, Chicomoztoc potrebbe essere stata per gli Aztechi solo una tappa intermedia del lungo viaggio intrapreso alla ricerca di una nuova terra in cui insediarsi, come ricorda l’archeologo Richard F. Townsend, presidente del Department of Africa, Oceania, and the Americas at the Art Institute of Chicago: “La leggenda della migrazione descrive un viaggio che li portò in due luoghi molto importanti: Culhuacan , ‘Montagna Curva’, e Chicomoztoc, ‘Sette Caverne’. Non è ancora stato accertato dove si trovassero questi luoghi, sebbene alcuni studiosi siano concordi nel dire che essi sono da individuare in una regione a 60-180 miglia a nord-est della Valle del Messico […] il sito di Chicomoztoc dovrebbe trovarsi poco più a est [rispetto a San Isidro Culhuacan]. Infatti, Paul Kirchhoff ha affermato in modo convincente che le sette caverne (Chicomoztoc) erano in realtà un aspetto della montagna curva Culhuacan.

Però, e non pare superfluo aggiungerlo, Chicomoztoc secondo la leggenda si trovava in una località vicina e forse corrispondente alla stessa Aztlan, quindi se diamo credito (e non è assolutamente il caso) al racconto delle origini la sua identificazione con La Quemada rimane comunque problematica.

In buona sostanza, Chicomoztoc può simboleggiare la terra madre, ma anche le steppe del nord che i Mexica hanno attraversato nel loro lungo moto migratorio. Anche per l’etnologo Jacques Soustelle,  il nome di Chicomoztoc non è altro che “[…] un chiaro riferimento al loro modo di vivere in quell’epoca […] essi vivevano come le tribù guerriere, nomadi e cacciatrici, note col nome di Chichimechi che vivevano di caccia e di raccolto nelle steppe e nelle montagne, vestendosi di pelli e rifugiandosi nelle caverne o sotto leggere capanne di frasche.”

Le carovaniere che collegavano il Sud-Ovest americano alla Mesoamerica, favorirono senz’altro la diffusione di cultura tra popoli diversi e potrebbero in qualche modo aver giocato un ruolo primario anche nelle migrazioni degli Aztechi.

Non per niente l’archeologo Nigel Davies, in merito alle discussioni sorte tra gli studiosi, ricordava che il dilemma verteva sul fatto “se la patria mexica dovesse cercarsi nella stessa Città del Messico o quasi a duemila miglia di distanza, nella remota California, menzionata in qualche antico testo.” E proseguiva che “anche oggi persistono divergenze di interpretazione sulle origini e sulla collocazione di Aztlan. Chi la colloca nel sud degli attuali Stati Uniti, chi nello stesso altopiano del Messico.

L’isolotto di Mexcaltitán de Uribe, nel Nayarit (Messico)

Per quanto abbiamo scritto, se mai Aztlan è davvero esistita, poteva ragionevolmente collocarsi nel Sud Ovest degli Stati Uniti, una macro regione quasi completamente arida, attraversata da catene montagnose e zone desertiche: ne fanno parte una buona fetta di Arizona e California (compresa Baja), il Nuovo Messico, il Colorado del sud e il Messico del nord. C’è chi sostiene che Aztlan si trovasse nell’isola di Antelope del Great Salt Lake, nello Utah, ove fra l’altro c’è una notevole concentrazione di tante specie d’uccelli, tra cui anche gli aironi azzurri.

Aztlan potrebbe anche essere stata sulle coste dell’Oceano Pacifico tra Michoacan e Nayarit, in Messico: come per primo sostenne sul finire del XIX secolo l’archeologo Alfredo Chavero, i maggiori indizi farebbero propendere per l’isolotto di Mexcaltitán de Uribe, che può ricordare qualche caratteristica di Tenochtitlan, soprattutto nella stagione delle piogge quando le strade diventano canali navigabili, e poi non mancano nemmeno gli aironi; qui poteva arrivare anche la rotta commerciale che attraversava Durango e Zacatecas, un tragitto certamente percorso da alcuni gruppi di  Chichimechi provenienti da settentrione. Il fatto che questi due siti siano stati abbandonati alla fine del I millennio della nostra era, conferma un moto migratorio verso la valle del Messico, sicuramente dei Toltechi, da cui gli Aztechi assorbirono buona parte del comparto mitologico.

 

 

 

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