Scienziati alle prese (più o meno) con la pseudoscienza

Questo articolo chiude, in qualche modo, il mio contributo divulgativo nello studio afferente la questione degli Antichi Astronauti, o teoria del Paleocontatto, cioè l’ipotesi, comunque non suffragata da prove evidenti, della presenza nel nostro passato di esseri provenienti da altre dimensioni.

La prima parte di questo studio tematico (‘Matest Agrest: uno scienziato alle origini della paleo astronautica’) si può ancora leggere on line su sito della rivista Nexus, mentre la seconda parte (Nascita e sviluppo della teoria degli Antichi astronauti’) è stata pubblicata sul nr. 12 della rivista Dreamland, che può essere scaricata direttamente da questo portale.

Buona lettura.

 

Dio d’acqua

Parecchi sostenitori della teoria degli antichi astronauti, nei rispettivi testi, richiamarono sovente le investigazioni dell’etnologo Marcel Griaule e dell’antropologa Germaine Dieterlen, che dal 1931 all 1939 e dal 1946 al 1948, nella missione chiamata Dakar-Djibouti, vissero con i Dogon, una popolazione del Mali.

Durante quel periodo, Griaule ebbe modo di conversare a lungo con Ogotemmeli, un anziano cacciatore, che raccontò rituali e simbologia del suo popolo, disvelando una vera e propria cosmologia, come già accennato nel capitolo precedente.

Griaule condensò queste informazioni in Dieu d’eau (1948, traduzione italiana Dio d’acqua, 1968). Qui, con l’aiuto di Antonio Bonifacio, autore di I Dogon. Maschere e Anime verso le stelle (2005), aggiungiamo che “[…] Il dio primordiale dei dogon è Amma […] non ha nulla di antropomorfico. Somiglia piuttosto ad un diagramma spaziale, essendo il suo ‘corpo’ formato da astri. I suoi ‘occhi’ sono le stelle estreme della rappresentazione geocentrica dogon: la Polare e la croce del Sud. Tra lui e gli uomini, nel mito, sono posti degli esseri, morfologicamente imparentati sia all’uomo che al pesce: i Nommo, ‘geni’ molto prossimi nella loro funzione civilizzatrice, agli Oannes babilonesi […]”.

Per quel che concerne le conoscenze astronomiche dei Dogon, prosegue, Bonifacio, esso è “[…] totalmente interfunzionale all’intero apparato rituale e non si tratta quindi di convergenze di elementi esterni diversi. Il fatto che altri antropologi intervenuti successivamente non abbiano più rinvenuto le stesse informazioni, non dimostra certo che i dogon non le abbiano mai possedute […]”.

L’attenzione dei Dogon, oltre alla costellazione di Orione, alle Pleiadi e a Sirio, è rivolta anche a due pianeti: Giove con i suoi quattro satelliti e Saturno con il suo anello. Infatti, Giove e Saturno, compiendo le rispettive rivoluzioni, si congiungono periodicamente (raggiungendo la stessa longitudine o ascensione retta) ogni sessant’anni, un arco di tempo corrispondente alla celebrazione del rituale dogon.

Fra l’altro, tenendo conto di queste congiunzioni, è anche possibile determinare il ciclo precessionale di 25800 anni circa, un evento legato alla rotazione dell’asse della Terra attorno alla verticale, determinato dalla forma irregolare del nostro pianeta e dalle forze gravitazionali subite dalla Luna e dal Sole. Al termine di questo lungo periodo, denominato precessione degli equinozi o anno platonico, si modifica la posizione delle stelle e dei poli celesti.

Il fenomeno è condensato nelle dodici case – che rappresentano le costellazioni – dello zodiaco, introdotto nel VII secolo a.C. dai sacerdoti caldei, con la ‘scienza’ dell’astrologia. Le osservazioni celesti avvenivano in osservatori-santuari realizzati all’interno di caverne, ove si scrutava il sorgere contemporaneo del Sole e di Sirio nella sua levata eliaca, i due astri più luminosi.

Vittorio Franchini, giornalista del Corriere della Sera, autore de La casa delle stelle (1984) e Mali. Viaggio tra i Dogon il Popolo delle stelle (1999), rivela di essere entrato nella grotta sacra dove i Dogon conservano le maschere sacre, ovvero mappe astronomiche, usate ogni sessant’anni per il rituale del Sigui o Sigi, con cui, oltre a celebrare la luminosa stella Sirio (la più brillante di tutte le stelle fisse, stella principale della costellazione del Cane Maggiore), ricordano – come spiega ancora Bonifacio – “[…] l’introduzione della morte e la fondazione dei riti che presiedono il trapasso […]”.

 

Mondi in collisione

Il discorso fatto per Marcel Griaule, vale ancor più per il sociologo Immanuil Velikovskij, che già nel 1950 diede alle stampe Words in collission, in cui raccontava la storia dell’umanità, utilizzando anche la mitologia comparata e partendo dal presupposto che il nostro mondo fosse stato devastato dalle conseguenze di disastri planetari, con Giove, Marte e Venere assoluti protagonisti.

Gli sconvolgimenti causati alla Terra da questi agenti extraterrestri, potevano infatti avvalorare l’ipotesi della presenta aliena sul nostro pianeta nell’antichità: le due tesi si sostenevano reciprocamente e, come sostiene Marco Ciardi, le catastrofi planetarie e l’arrivo sulla Terra di alieni nel passato remoto sono indubbiamente connessi tra loro.

Gli obiettori alla teoria di Velikovskij, che di fatto andava a rivoluzionare lo studio dell’astronomia, gli rimproverarono l’uso disinvolto delle traduzioni di antichi testi, un’accusa simile a quella che verrà mossa anche a Sitchin. Inoltre, fu anche tacciato di non considerare il contesto da cui estrapolava le citazioni dei racconti mitologici, che usava in via primaria per supportare la sua teoria.

In fin dei conti, quanto asserito da Velikovskij non poteva (e non può) essere provato in alcun modo, poiché le nostre conoscenze dell’universo rimangono ancora largamente deficitarie.

In un successivo libro (Ages in Chaos, 1952), l’autore proseguì il suo personale percorso di ricerca, rivoluzionando le cronologie storiche delle antiche civiltà, in particolare quella dell’Egitto e del Vicino e Medio Oriente, scatenando l’indignazione del mondo accademico. Negli anni seguenti, le congetture da lui sostenute furono largamente confutate, per esempio dall’assiriologo Abraham Sachs nel 1965, dal professore di chimica e scienze Henry Hermann Bauer e dall’egittologo David Lorton nel 1984.

Per un quadro abbastanza recente, completo e riassuntivo sulle critiche mosse a Velikovskij, si veda Antichi astronauti (1998), un testo di William H. Stiebing jr., professore associato di Storia presso l’Università di New Orleans in Lousiana. Anche i successivi scavi archeologici documentati hanno reso la ricostruzione dell’autore del tutto inverosimile.

Nel 1955, con Earth in Upheaval, Velikovskij cercò di portare nuova linfa alle sue idee, reinterpretando dati geologici per convalidare un generico catastrofismo che avrebbe interessato il nostro pianeta anche in tempi relativamente recenti.

Le stravolgenti idee dello scrittore furono in parte confermate dal meteorite che, effettivamente, sessantacinque milioni di anni fa, causò l’estinzione dei dinosauri, anche se Velikovskij sosteneva per i suoi catastrofismi un periodo decisamente più ravvicinato (la metà del II millennio a.C.).

La teoria della deriva dei continenti diede infine il colpo di grazia alle ricostruzioni dell’autore, poiché l’ipotesi era in grado di spiegare gli sconvolgimenti della Terra. Nonostante tutto, ancora oggi gli scritti di questo autore vengono generalmente accettati e portati a sostegno della teoria degli antichi astronauti, come fecero anche Zecharia Sitchin, Nancy Lieder (quello del Pianeta X), David Rohl, Gunnar Heinsohn, Peter James e soprattutto Anatoly Fomenko.

Resta il fatto che quando Albert Einstein, amico di Velikovskij, morì nel 1955, sul suo comodino fu trovata una copia di Words in collision; l’illustre scienziato, possibilista come il collega Carl Sagan sull’esistenza di vita extraterrestre, avrebbe anche affermato: «Ho letto di nuovo Worlds in Collision. È un libro di importanza incommensurabile e gli scienziati dovrebbero leggerlo».

I due si erano infatti confrontarsi sulle asserzioni di Velikovskij, che riteneva le forze elettromagnetiche determinanti per comprendere il movimento dei corpi celesti. Alcune considerazioni di Velikovskij furono in seguito confermate (per esempio l’instabilità del sistema solare, le anomalie della rotazione di Venere e le tempeste magnetiche su Giove), ma ciò non determinò un cambiamento nel giudizio sulla bontà dell’opera, comunque osteggiata dalla comunità scientifica anche più del dovuto.

 

Un po’ di fantascienza

Kenneth Heuer, già astronomo dell’American Museum – Bayden Planetarium of New York, pubblicò nel 1951 Men of other planets, un saggio ‘mascherato’, nel senso che l’autore, forse deliberatamente, non fece tante distinzioni tra i fatti e le fantasie. Tutto ciò per sostenere una tesi che, all’epoca, poteva apparire dirompente: «[…] Se ci sono stati visitatori di altri mondi, potremmo essere i loro discendenti. È possibile che ere addietro, i nostri antenati siano giunti dallo spazio esterno a bordo di astronavi. Potrebbero esserci abitatori di altri pianeti nella nostra società odierna, uomini di altri corpi celesti potrebbero essere stati tanto intelligenti da apprendere il linguaggio e adottare le abitudini del paese in cui sono atterrati. Potrebbero essere qui in gran numero, ma noi saremmo inconsapevoli della loro presenza. O potrebbero trovarsi qui sotto forme tanto straordinarie da essere resi irriconoscibili […]».

La traduzione italiana apparve in sedici puntate sul periodico di fantascienza Urania nel 1956-57, con l’introduzione dell’astronomo Charles Hugh Smiley della Brown University of Providence, di cui propongo alcuni passaggi: «[…] Per il lettore giovane che ama la scienza condita di fantasia, per il lettore anziano che desidera i fatti meravigliosi dell’astronomia presentati in forma digeribile, questa è una buona lettura. E leggendo con attenzione si noterà che l’Autore avverte sempre quando abbandona il terreno dei fatti certi e comincia a speculare. La speculazione è un grado intermedio fra l’osservazione e la formulazione precisa di una teoria: è congetturare intorno a ciò che potrebbe essere vero, lasciando che la mente spazi non rattenuta dai ceppi della teoria o della tradizione. È l’idea che uno scienziato ha di una buona conversazione, sono i suoi pensieri piacevoli dfi quando, dopo cena, si riposa sui suoi libri. E qui, in questo libro, c’è un budino composto dai buoni e sani fatti con un abbondante aroma di speculazione […]».

 

Il tempo dei giganti

Il filosofo Denis Saurat (L’Atlantide et le règne des géants, 1954, e La religion des géants et la civilisation des insectes, 1955), sosteneva l’esistenza nel passato di una civiltà spirituale «[…] molto più antica di quanto scientificamente si possa affermare».

Era convinto assertore dell’esistenza di una stirpe di giganti in un passato devastato da catastrofi, che tuttavia avrebbero permesso un’evoluzione morale dell’umanità.

Reinterpretando i racconti mitologici e accennando alle ricerche archeologiche dell’epoca (soprattutto quelle condotte dal saggista Hans Schindler Bellamy, fautore della contestata ‘teoria del ghiaccio’ avanzata dal cosmologo Hans Horbiger), suggeriva, in ultima analisi, che «Gli impulsi che sottendono tutte le idee sull’Atlantide, da Platone fino a Hoerbiger, testimoniano il desiderio degli uomini di diventare degli dèi».

 

Il dio marziano

L’archeologo francese Henri Lhote, nel secolo scorso, balzò alle cronache per aver scoperto i dipinti e le incisioni del Tassili in Algeria.

Lhote, che trascorse comunque dei decenni in Africa, giunse alla notorietà solo nel 1957 quando, dopo aver rinvenuto i petroglifi, li ricopiò per presentarli al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.

L’archeologo catalogò in seguito migliaia di graffiti neolitici presenti nella valle di Illizi. Fece scalpore quando azzardò che alcune figure incise sulla roccia fossero dipese da visite di extraterrestri avvenute nell’antichità: suggerì anche che una delle rappresentazioni più grandi, incisa sul massiccio del Jabbaren, soprannominata “Il gran dio marziano”, potesse essere una divinità proveniente da Marte: «[..] la si può senz’altro considerare una delle più grandi pitture preistoriche fino ad oggi conosciute. […] Il contorno è semplice, senz’arte, e la testa è rotonda; in essa l’unico particolare indicato è un duplice ovulo al centro; particolare che evoca l’immagine che noi comunemente ci facciamo dei Marziani! Che titolo sensazionale per un servizio giornalistico! Perché se i Marziani hanno mai messo piede nel Sahara, questo dovrebbe risalire a molti secoli fa, dato che questi affreschi del Tassili raffiguranti uomini dalla testa rotonda sono, a quanto ne sappiamo, tra i più antichi».

Le scoperte di Lhote furono condensate nel volume A la decouverte des fresques du Tassili pubblicato nel 1959 (edizione italiana Alla scoperta del Tassili, 1959).

 

La vita intelligente nell’universo

Nel 1959 l’astrofisico Joseph Samuilovich Sklovskij aveva esaminato il moto orbitale del satellite marziano Phobos , quello interno, concludendo che la sua orbita stava decadendo: attribuì la circostanza alla resistenza con l’atmosfera del pianeta, pensando che il satellite dovesse avere una densità insolitamente bassa.

Per questo suggerì che Phobos fosse vuoto e di origine artificiale, un’interpretazione poi confutata.

Nel 1962 Sklovskij aveva pubblicato Universo, Vita, Intelligenza, un testo che quattro anni dopo fu ampliato e ristampato assieme al collega Carl Sagan, con il titolo Intelligent Life in the Universe.

Pur critici nei confronti della teoria degli Antichi astronauti avanzata anni prima da Agrest, i due si dimostrarono infine possibilisti, dedicando parte del libro al mito di Oannes, che secondo lo storico Beroso sarebbe alle origini della civiltà sumerica.

Sagan, nel 1978 (The Dragons of Eden: Speculations on the Evolution of Human Intelligence), si era già da tempo allontanato dalla questione, anche perché le sue osservazioni precedenti erano state chiaramente strumentalizzate: discutendo di una lunga serie di misteri, ivi compresa la teoria degli antichi astronauti, affermava: «Può darsi che ci siano dei brandelli di verità in alcune di queste dottrine, ma la loro diffusa accettazione sottintende una carenza di rigore intellettuale, una assenza di scetticismo e il bisogno di sostituire la sperimentazione con dei desideri. […] si tratta anche di teorie occulte e mistiche, studiate in modo tale da non essere suscettibili di confutazione e tipicamente impraticabili dal pensiero razionale».

Un paio d’anni dopo (Cosmos, 1980), Sagan non mancò di correggere il tiro, pur rimanendo scettico: «Da un altro lato, malgrado le testimonianze sugli UFO e su antichi astronauti, non esistono prove valide che la Terra sia stata visitata né ora e né in passato».

Malgrado le testimonianze…

 

Le antiche mappe

Un altro accademico spesso tirato per la giacchetta, al pari di Velikovskij, fu lo storico Charles Hutchins Hapgood, soprattutto dopo l’uscita del suo Maps of the Ancient Sea Kings: Evidence of Advanced Civilization in the Ice Age nel 1966, poiché proponeva, controcorrente, che nel passato del nostro pianeta fossero avvenuti sconvolgimenti climatici che avrebbero provocato più volte lo spostamento dei poli.

Nel volume era ricompresa anche la Mappa di Piri Reis, che secondo l’autore mostrerebbe le coste dell’America (all’epoca della compilazione della pianta, nel 1513, non ancora mappata) e quelle dell’Antartide prive di ghiacci.

L’ipotesi avanzata da Hapgood, in netto contrasto con quella della deriva dei continenti che stava all’epoca imponendosi, non trovò comunque il favore del mondo scientifico.

Nonostante l’autore suggerisse la presenza, nel nostro passato, di una evoluta civiltà marittima, i fautori più spregiudicati della teoria degli antichi astronauti, non persero tempo a utilizzare la mappa dell’ammiraglio turco, speculando che fosse un’altra ‘prova’ di visite da altrove, al pari delle linee di Nazca.

 

Il mulino di Amleto

Lo storico e filosofo della scienza Giorgio Diaz De Santillana, nel 1969 scritte a quattro mani con la collega  Hertha von Dechend (pioniera dell’archeoastronomia) Hamlet’s Mill (Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, 1983).

I due sostennero che la funzione originaria della mitologia, nel pensiero arcaico, fosse stata quella di raffigurare collegamenti astronomici e calendariali, con alcune costellazioni e con la precessione degli equinozi, ancor prima della nascita delle scienze.

Il mito viene qui interpretato come un linguaggio simbolico trasmesso per via orale, in cui sono occultate informazioni scientifiche, soprattutto astronomiche: un vero e proprio codice adottato dalle classi sacerdotali per trasmettere il sapere basandosi su sequenze di lunghi periodi in cui il mondo, periodicamente, sarebbe soggetto a eventi di distruzione e rinascita.

 

Gli OOPArt

Il biologo naturalista Ivan Terence Sanderson, nel 1972, con il testo Investigating the Unexplained (mai tradotto in Italia), introdusse per la prima volta il termine OOPArt (Out of Place Artifacts), con cui indicava i manufatti fuori posto, cioè i reperti archeologici e paleontologici che spesso si trovano un po’ dappertutto e che stando alle nostre attuali conoscenze non dovrebbero esistere poiché inseriti in un contesto storico in cui l’uomo non poteva semplicemente disporne.

Lo scienziato ‘eretico’, nel libro, raccoglieva al riguardo importanti e qualificate testimonianze sugli OOPArt, non mancando, quanto possibile, di visionare i reperti, acquisire le fotografie disponibili ed eseguire anche dei calchi. In una circostanza riuscì a replicarne uno, il cosiddetto jet della Colombia, facendolo funzionare.

Ho già dato conto di tutto questo nel mio OOPArt. Gli oggetti ‘impossibili’ del nostro passato (2012), a cui vi rimando per approfondire l’argomento.

 

 Il fisico impertinente

Il fisico nucleare Stanton T. Friedman, già nel 1974 (Flying Saucers and Physics), sosteneva che la Terra potesse essere un eccezionale deposito di rifornimenti di metalli pesanti e acqua o che una visita su questo pianeta potesse servire come «viaggio di studio per studenti allo scopo di documentarsi sulle società primitive, sul tempo non ancora tenuto sotto controllo, sulle strutture geologiche non modificate, sui paesi in guerra, sulle uccisioni degli animali per procurarsi i cibi, sull’assenza di un controllo planetario, sul linguaggio, sulle nascite, sulle malattie e sul progresso […] a causa della loro progredita conoscenza delle catastrofi planetarie quali gli spostamenti dei poli magnetici, le esplosioni delle supernove, i massicci terremoti, questi popoli dello spazio potrebbero aver inviato un certo numero di squadre di osservatori per raccogliere dati su quanto avviene e su come potremmo tenere le cose sotto controllo».

Una bella intervista a Friedman la trovate nel libro Testimoni del Mistero di Gianluca Rampini.

La realtà trascendente ultraterrena

Lo psichiatra neurologo Hoimar Gerhard Friedrich Ernst von Ditfurth, in un saggio pubblicato nel 1981 (Wir sind nicht nur von dieser Welt. Naturwissenschaft, Religion und die Zukunft – edizione italiana Non siamo solo di questo mondo, 1982), sosteneva che l’evoluzione si riferisse non solo agli esseri viventi sulla terra, ma all’intero cosmo e lo sviluppo cosmico alla fine si sforzasse di raggiungere un punto finale, che nella psiche trova riferimenti a una ‘realtà nascosta’ non scientificamente accessibile, per la quale ha usato il concetto religioso di ‘oltre’.

Von Ditfurth, considerando i risultati della teoria della relatività e della fisica quantistica, suggeriva che dietro il nostro mondo riconoscibile e sperimentabile, esistesse anche una ‘realtà trascendente ultraterrena’ che sfuggiva alla percezione, ma che poteva influenzare la realtà percepibile: «[…] Già nel IV secolo a.C., Platone ha studiato la situazione in cui ci troviamo di fronte al mondo esterno, e l’ha descritta in una famosa similitudine. La situazione degli uomini, egli ha detto, somiglia a quella di prigionieri incatenati in una caverna, con le spalle rivolte all’entrata. Di tutto ciò che avviene davanti alla caverna, essi scorgono soltanto le ombre, riflesse dall’entrata della caverna sulla parete che è di fronte a loro. Ma queste ombre, continua Platone, sono scambiate dagli uomini per la realtà. Così essi sono doppiamente ingannati […] Fino a oggi, nessuno è riuscito a dare una descrizione più grandiosa e più giusta. Lo stesso vale per l’ammonizione che l’uomo resterà in questo stato, si direbbe oggi, di minorità spirituale, finché scambierà per oro colato ciò che i suoi organi sensori gli dicono del mondo esterno. Finché penserà che le ombre del mondo siano il mondo stesso».

L’autore sosteneva che le immagini mitologiche, a causa delle conoscenze scientifiche raggiunte dall’uomo, sono adesso inaccettabili. Scrivendo del significato letterale delle metafore mitiche, von Ditfurth è convinto che: «[…] Allora, non c’era bisogno di spiegare esplicitamente che il significato letterale non aveva importanza. A tutti i contemporanei, dagli scribi ai pubblicani, quei significati indiretti, immaginosi e metaforici, portatori del messaggio, erano familiari e immediatamente presenti. Oggi, sono passati due millenni. Per noi questo non vale più. Insieme all’ambiente culturale, alla visione del mondo diffusa al tempo della nascita del Cristo, all’immagine che la società giudeo-cristiana aveva di se stessa, sono scomparsi da un pezzo anche le ‘risonanze’ delle formule mitologiche coniate allora: le concrete associazioni d’idee, le suggestioni, l’atmosfera e tutte le altre informazioni che vanno al di là del significato letterale delle parole, e senza le quali non si può capire che cosa gli autori degli antichi testi volessero dire ai loro ascoltatori. Ciò che oggi abbiamo davanti a noi è soltanto lo scheletro, la nuda impalcatura delle parole e delle frasi. Certo, possiamo tradurle nel linguaggio della nostra epoca […] Ma la portata dei significati, la profondità del senso, che un giorno si collegava a esse, le ha abbandonate da molto tempo […]».

Quel che manca oggi, in sostanza, è la conoscenza dell’interpretazione mitologica, posseduta dai nostri antenati, che le vedevano come espressioni del tempo e della comprensione del mondo che avevano.

 

L’evoluzione a spirale

L’astrofisico Hubert Reeves, classe 1932, è considerato anche un ottimo divulgatore. Riferendosi ai cicli futuri e all’evoluzione a spirale, crede che la terra sia «[…] una sorta di materia prima, da cui sorge la vita vegetale e animale, ritornando poi in essa ma per riemergere di nuovo. È la ruota della vita. Gli atomi e le molecole che formano il nostro corpo hanno una lunga storia. Già numerose volte la vita li ha chiesti alla Terra-Madre. Essi sono stati foglie d’albero e piume di uccello. Fra qualche decennio noi non ci saremo più, ma i nostri atomi continueranno a esistere, proseguendo altrove l’elaborazione del mondo».

Le intuizioni di Reeves sono illuminanti. Partendo dallo stretto rapporto tra le stelle e i pianeti, ma anche tra i gas e le polveri (cioè la materia interstellare), arguisce che gli astri nascono dal raggruppamento di queste masse di materia rarefatta e, alla morte, restituiscono, alla materia interstellare, quel che resta.

Nell’ammasso di Orione ci sono almeno due nubi interstellari, e da quella materia nebulare sono nate infinite giovani stelle che, dopo essere appartenute a questo grande vivaio, saranno destinate a disperdersi nella Galassia d’origine, per vivere la loro vita adulta. Quando esploderanno, gli elementi pesanti saranno proiettati nello spazio e quegli atomi feconderanno di nuovo il vuoto, generando nuovi astri.

Un ciclo che, seppur ogni volta diverso, si ripete ininterrottamente da milioni d’anni.

Ecco spiegata, per sommi capi, l’evoluzione a spirale cui accenna Reeves, la stessa che avrebbe creato il nostro pianeta e che, per parallelo, può applicarsi senza grossi problemi alla natura ciclica terrestre, con la nascita, l’esistenza e la morte della materia organica.

E tutto questo in un ciclo aperto, nonostante l’apparente ripetersi, poiché quei minimi cambiamenti influenzeranno i corsi futuri.

 

C’è vita in tutto l’universo

Già che ci siamo, un cenno va fatto anche al matematico e astronomo Fred Hoyle, vissuto nel secolo scorso, che fu un sostenitore della teoria cosmologica dell’universo stazionario, in alternativa a quella del Big Bang, e dell’ipotesi della panspermia, intesa come evento cosmico globale, un’idea già sviluppata dal filosofo greco Asannagora.

Secondo lui, la vita sulla terra sarebbe giunta per l’arrivo di virus trasportati da comete.

In sostanza, affermava che c’era vita in tutto l’universo ed era possibilista sulle interferenze aliene: «Che quella faccenda complicata e complessa che è una cellula sia nata spontaneamente e per caso sulla Terra ha la stessa probabilità che un tornado, passando su un deposito di rottami, ne tiri fuori un Boeing 747 perfettamente funzionante».

Fra l’altro, essendo grande appassionato di fantascienza, scrisse anche dei romanzi, da uno dei quali, A come Andromeda, venne tratto uno sceneggiato di grande successo.

Nel 1993, durante una conferenza al Frick Collection di New York, Hoyle introdusse anche un’altra interessante ipotesi: il passaggio periodico delle comete, che impattando, oltre a produrre effetti catastrofici, avrebbe interrotto i periodi di glaciazione e permesso l’avanzamento della civiltà, anche per quel che riguarda la fusione dei metalli. Inoltre, suggeriva che l’apparizione di questi corpi celesti, avrebbe dato vita ai racconti mitologici, agli eventi narrati dalla Bibbia e al grande successo delle religioni monoteiste.

Da quella conferenza nacque The Origin of the Universe and the Origin of Religion, pubblicato nel 1993 (edizione italiana L’origine dell’universo e l’origine della religione).

Queste ultime ipotesi propugnate da Hoyle, vennero sostanzialmente riprese qualche anno dopo, come abbiamo già visto nella seconda parte di questo studio, anche dallo scrittore Alan Alford.

 

Un’ipotesi parafisica

Per chiudere questa carrellata di scienziati, certo non esaustiva, che in un modo o nell’altro hanno interagito con il fenomeno degli extraterrestri nell’antichità, dobbiamo rendere merito a due celebri ‘ufologi’ del secolo scorso: il professore d’astronomia Josef Allen Hynek (che fu anche consulente del Project Blue Book, uno studio sistematico degli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, iniziato nel secondo dopoguerra dall’USAF, United States Air Force) e il matematico astronomo Jacques Vallée (Passport to Magonia, 1969), entrambi fautori della cossidetta ipotesi parafisica, cioè la possibilità  che ci si trovi di fronte a un sistema di controllo dell’evoluzione umana, messo in atto da creature interdimensionali che agirebbero sull’inconscio collettivo.

In sostanza gli extraterrestri, provenienti da una dimensione parallela che Vallèe chiama Magonia, sarebbero in grado di trascendere tempo e spazio e avrebbero interagito continuamente con la nostra specie fin dai tempi più remoti.

Queste entità in passato si sarebbero manifestate come folletti, fate e apparizioni religiose.

Hynek e Vallée reintrodussero, in buona sostanza, anche l’ipotesi psichica proposta nel 1958 da C. G. Jung nel libro Un mito moderno, in cui lo psicologo propose la spiegazione del fenomeno ufologico «[…] in termini di ‘proiezione psichica’ di archetipi. Quando la società umana attraversa particolari periodi di angoscia […] gli individui tendono inconsciamente a cercare segni di salvezza nel cielo […] La forma prevalentemente circolare di tali ‘oggetti’ dimostrerebbe la loro natura di ‘proiezione di un archetipo dell’inconscio collettivo’, quello dela compiutezza, della perfezione, in ultima analisi di Dio; archetipo simboleggiato appunto dal ‘rotondo’ […]», come ricordava Pier Luigi Sani sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso.

Giovanni Pellegrino, che ha collaborato con la Cattedra di Storia delle Religioni dell’Università Popolare di Salerno ed è stato docente di Storia delle Religioni e Sociologia dell’Università Popolare di Napoli, spiega che «[…] Secondo Vallée gli abitanti della dimensione di Magonia fanno in modo sin dagli inizi della storia del genere umano di mantenere nelle varie epoche storiche un clima sociale, culturale, politico e religioso che sia compatibile con il loro scopo e il loro obiettivo, che sostanzialmente è sempre lo stesso nelle varie epoche storiche, cioè esercitare la loro influenza ed il loro controllo sulle credenze e sul comportamento degli esseri umani. […] Per dirla in altro modo, le entità parafisiche della dimensione di Magonia (universo parallelo al nostro o se si preferisce una dimensione parallela alla nostra dimensione) vogliono sempre e comunque mantenere in tutte le epoche storiche una “stimmung” [disposizione d’animo, NdA] ed una “weltenschuung” [concezione della vita e del mondo, NdA] che permetta loro di manipolare gli esseri umani, ragion per cui quando si rendono conto che il clima socio-culturale sta subendo delle variazioni che potrebbero creare problemi al loro obiettivo di controllare e manipolare gli esseri umani, immediatamente, così come fa il termostato in una casa, si danno da fare per ristabilire un clima socio-culturale, una “stimmung” compatibile con i loro obiettivi […]».

 

Un pensiero riguardo “Scienziati alle prese (più o meno) con la pseudoscienza

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